Recensioni

Nella musica la creazione di un certo immaginario è una componente essenziale che, molto spesso, finisce con il precedere l’atto artistico in sé. Sicuramente è uno dei modi per catalizzare attenzione, per rendersi riconoscibili e in ultima istanza per “vendersi”. Quando scrivo queste righe ho in mente i Jesus and Mary Chain. I loro look total-black, i cespugli new romantic. Quel loro fare languido in cui alcune generazioni magari, ai tempi, potevano specchiarsi. Il nero come unico colore di sfondo. E poi, ma solo poi, quegli strati di chitarra sporchi, ruvidi e squisitamente shoegaze a creare la perfetta ambientazione sonora. Su questo tipo di immaginario – a sua volta plasmato da quello tossico tracciato, un paio di decenni prima, dai Velvet Underground con il supporto del loro mentore Andy Warhol – molte band d’epoca recente hanno costruito intere carriere. Basti pensare ai Black Rebel Motorcycle Club, ai Raveonettes, ai più sotterranei The Underground Youth e da ultimi ai The Soft Moon, gruppi che hanno scelto come punto di partenza proprio quella “costellazione nera” per poi distinguersi dando a questa una propria, esclusiva, declinazione sonora (blues, elettronica, post-punk ecc).

Questo breve prologo per introdurre la data romana, tenutasi lo scorso 15 aprile all’ex teatro Quirinetta, dei londinesi The Kvb, che nella lista (assolutamente parziale) di gruppi appena citati non faticano certo a trovare posto. Prima di tutto la cornice. Un palco pressoché spoglio, ingoiato dal buio, e sullo sfondo un pannello destinato alla proiezione di effetti visivi altrettanto scarni. Poi la presenza fisica di Nick Wood e Kat Day, per l’intera durata della performance pressoché immobili e avvolti in un’atmosfera dark maledetta, per certi versi simile a quella in cui galleggiava, con le dovute misure, il genio di Syd Barrett. Sì, abbiamo chiamato in causa Barrett perché in fondo nei live dei The Kvb qualcosa dei primi Pink Floyd torna a galla. Sarà forse l’atmosfera ascetica che i due riescono a creare quando lo shoegaze prende i binari dell’elettronica e si intreccia ai sintetici e glaciali beat di drum machine. O forse, la più sottile somiglianza fisica che lega la metà maschile del duo al diamante pazzo di Cambridge. Fatto sta che la musica dei The Kvb rappresenta quel giusto miscuglio vischioso tra chitarre grezze ed elettronica (White Walls, Again&Again, Dayzed), dark wave e psichedelia (Never Enough, Night Games, In Deep), tra passato (il tributo ai Rolling Stones con la cover di Sympathy for the Devil è il picco più alto raggiunto dall’esibizione) e futuro.
Ed è vero, alla fine si ha la sensazione di essere stati intrappolati in un loop infinito, in cui tutto suona “troppo uguale e ripetitivo”, ma anche questo, in fondo, fa parte dell’immaginario in cui Wood e Day hanno voluto calarsi. E, come dicevamo, se questo non è tutto in una band, poco ci manca.
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