Recensioni

6.9

Cosa ne è stato di una delle grandi promesse dell’indie rock degli anni Zero? Cosa succede dopo una doppietta discografica piazzata tra il 2002 e il 2004? Questo è realmente uno dei casi in cui il terzo disco è sempre il più difficile: perché arriva con un ritardo di un decennio e perché nel frattempo ci sono stati altri percorsi musicali e altre storie per i protagonisti della band in questione.

Sì perché The Libertines sarebbero potuti essere una delle band inglesi più importanti del nuovo millennio, se non fosse stato per la naturale turbolenza e tendenza autodistruttiva di Pete Doherty; eppure queste considerazioni passano in secondo piano davanti a un disco come Anthems For Doomed Youth, che segna di fatto il ritorno in grande stile dell’accoppiata Doherty-Barât. Già dall’introduttiva Barbarians la sensazione che The Libertines non abbiano perso lo smalto è evidente, almeno quanto è convincente il successivo brano Gunga Din, epico singolo dagli umori reggae già suonato live negli scorsi anni. Fame and Fortune è un piccolo classico, familiare al primo ascolto con quel ritornello e quei coretti da Tower of Bridge che solo a Londra sanno costruire, mentre la malinconica leggerezza da tipica rainy ballad della title track inizia a far emergere un profilo dei Libertines diverso. Gli anni passano per tutti e così la band finisce per smussare il suo lato goliardico; o, per meglio dire, mostra semplicemente di essere cresciuta e di aver raggiunto una consapevolezza diversa, dal lato artistico quanto da quello umano.

Il mix di indie rock, attitudine garage e rigurgiti post-punk resta invariata, ma appare un livello di lettura che richiama certa austerità (la pianistica You’re My Waterloo) tipica di chi finalizza un percorso. E non sembra aver importanza il fatto che il percorso sia stato fatto dai diversi membri della band separatamente. La scrittura è spesso su livelli decisamente alti (la perfezione pop dell’acustica Iceman per esempio, o anche la scanzonata e stradaiola verve della successiva Heart Of The Matter), e questo mette Anthems For Doomed Youth al riparo dai giudizi dei possibili detrattori di Doherty e soci: il grezzo scazzo garage di Glasgow Coma Scale Blues nel finale è la tempesta che precede una sontuosa Dead For Love che guarda a certo pop di derivazione Seventies (occhio al delay corto sul rullante della batteria). Si tratta di un ottimo ritorno, ma il vero problema di questa band è la continuità di un equilibrio finora sempre precario: la speranza è che questo terzo disco possa essere, di fatto, un esordio.

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