Recensioni

6.5

Divenuti lo zimbello di quella stessa stampa che li aveva tanto esaltati nel 2002, i Libertines riescono a dare alle stampe l’atteso sequel del fortunato debutto Up The Bracket soltanto oggi, dopo due anni di innumerevoli traversie. The Libertines, seconda prova dal titolo omonimo che dovrebbe calcare l’accento sulla rinascita del gruppo dopo l’estromissione di Doherty per i consueti problemi di droga (si veda pertanto l’eloquente copertina che specula proprio su questo aspetto) e l’ingresso nella major Universal, è tuttavia un album che mette in luce le difficoltà della band nel trovare una direzione, o comunque nel sintetizzare le buone intuizioni punk’n’roll in cui l’ex Clash Mick Jones aveva tanto creduto.

Pur rimanendo sul filo di una certa godibilità (frutto senz’altro di mani sapienti in cabina di regia), in sostanza manca sicurezza nella scrittura, altalenante specie se confrontata a quella dell’esordio; pertanto brani sbilenchi ed ironici come Don’t be shy, sberleffo Stones di fine settanta, l’attacco Cramps di Arbeit Macht Frei, il glam nervoso di Campaign Of Hate e il punk-blues di The Saga ricordano più l’ennesima garage band di turno col pilota automatico inserito che i Libertines di un tempo. Migliori, ma neppure di molto, gli emul-Doors di Road To Ruin, il doo-wop di What Katie e – perché no – la traccia à la Kinks Narcisst, anche se a salvare realmente il galeone dal naufragio ci pensano brani melodici come What Became Of The Likely Lads, The Ha Ha Wall (che non avrebbero sfigurato sull’esordio), The Man Who Would Be King e Last Post On The Bugle; forse infine il migliore episodio è proprio il singolo Can’t Stand Me Now, in virtù soprattutto di astuti inserimenti rock’n’roll nella struttura portante del brano.

L’esibizione dal vivo del gruppo all’Indipendent Days Festival di Bologna lo scorso settembre non ha fatto altro che confermare le impressioni qui evidenziate: Carl Barat e soci faticano a carburare, complice anche la difficoltà ad inserirsi nell’amalgama del nuovo arrivato Anthony Rossomando. Sicuramente questo è un periodo di transizione per la band londinese, evidentemente ancora alla ricerca di nuovi equilibri e di una identità stabile. Di certo non va dimenticato, senza tanti giri di parole, che i Libertines non saranno mai i nuovi Clash, semmai una credibile risposta agli Strokes (che a loro volta non saranno mai i nuovi Velvet Underground o i nuovi Television); tolti i riferimenti sacrali e le sentenze premature su chi farà la storia e chi non la farà, le perplessità rimangono, ma la sufficienza è assicurata.

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