Recensioni

Cambiare può essere un problema? Devono chiederselo spesso The Men, giunti con The Drift al settimo tassello di un percorso schizofrenico fatto di dischi punk e noise (poi sfociati nella levità) e segnato da chitarre mutanti, sfregiate, memori dell’underground (e poi spente, suadenti, leggere). Cambiare può essere un problema: impedisce a chi ti ascolta di riconoscerti, ma in un contesto come quello indie odierno, questo è davvero un ostacolo? Chi se ne frega, sembrano dire loro. Concordiamo.
The Men sembrano fare bene entrambe le cose: la spinta allo sfacelo e il rallentamento verso l’oblio, l’ipnosi, lo spegnimento. E lo fanno anche qui, con una tracklist che pare un elettrocardiogramma, eppure fatta con una sua coerenza, anche se nascosta. Gli unici squarci netti sono due: la traccia di apertura (Maybe I’m Crazy), un post-punk sintetico votato al dramma (con suoni fangosi e cantato teatrale che paiono schiudersi – senza mai farlo – in una piccola danza no wave trafitta dai fiati) e Killed Someone (assalto hard-noise che ricorda il passato, ma con meno patina lo-fi). Il resto della scaletta è classica americana che pesca da alcuni episodi di Tomorrow’s Hits. When I Held You In My Arms, canterina, quasi circolare, mette in scena una band simile ai Timber Timbre ma con meno abisso, ritmi e timbri più pacificati. Secret Light, mini-jam per piano elettrico e fiati che sommerge la voce nel suono ma lascia vivi piccoli slanci. E poi ci sono i pezzi migliori: Sleep con i suoi fantasmi country, So High con il suo incontro tra Neil Young e Chris Isaak nello studio dei Died Pretty (la robustezza del suono e il suo placido porgersi, allo stesso tempo). E infine Final Prayer, con il suo isolazionismo parlato che pare pescato da Ry Cooder, prima della chiusa folk suadente, lontana ed emozionale di Come To Me.
Un disco piccolo come uno scrigno, magari pazzo come chi lo ha fatto, ma comunque pieno di ciò che gli scrigni contengono.
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