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Mistaken for Strangers racconta innanzitutto la storia di due fratelli. Il più giovane matrioska sudicia dell’altro. Sempre pronto a sguazzare in piscinette gonfiabili, goffo e dallo sguardo furbetto, assorbito com’è da lattine di birra e valanghe di death metal, Tom non sa che fare della sua vita. Matt invece guida un suv, ha una bimba deliziosa e vive a Brooklyn con la moglie: da quindici anni suona in un gruppo rock, i National. Mistaken for Strangers è la storia dei fratelli Berninger. Matt e Tom. I fratelli Berninger alla resa dei conti.

Siamo nel 2010. Matt un giorno decide di comportarsi da fratello maggiore e chiede al minore: “Che ne dici Tom di farci da roadie quest’estate?”. E’ l’estate di High Violet, l’album di maggior successo della band. Tom comincia a riprendere il tutto con la sua digitale, prende appunti, riflette su quale potrebbe essere il suo ruolo nell’economia della band. Coglie al volo la proposta del fratello, sarà l’elemento disturbatore, girerà un documentario sul suo essere un disturbo. Lo schema di Mistaken for Strangers, secondo documentario dedicato alla band newyorkese dopo il pragmatico e color seppia A Night, A Skin di Vincent Moon, è semplice. Il soggetto del documentario è il documentario stesso. Meta-documentario, dunque. Un making of in divenire (in svenire) di uno scontro fratricida annunciato, dolcissimo, sotto i tenui riflettori di un successo inaspettato.

Fin dalle prime scene emerge tutto di Tom: l’esasperazione fatta fratello, un’inettitudine travolgente, eppure straordinariamente cinematica. Di Matt, frontman dal bicchiere facile, affiora una fragilità compita, tra scatti d’ira – sia on stage, che nella vita reale e tenerezze quasi nascoste a confessionale dalla moglie, a fine concerto: due innamorati e una bottiglia di vino. Tom scivola su tutto, viene richiamato dal manager ad avere un comportamento più consono, si lamenta, si ubriaca nel tour bus, cerca di rendersi utile. Inutilmente.

C’è, da parte di Tom, la ricerca sfiancante di un filo conduttore tra le immagini (l’imbarazzo di interviste altamente alcoliche, alquanto disorganizzate), trovare e raccontare l’alchimia che unisce i National tutti (nessun segreto). Matt è il bersaglio, ma non se ne cura. Sopporta, forse recita la parte. Chiede al fratello sfaccendato se ha un’idea di come finirà questo film, di cosa vuole fare nella vita. Tom si circonda di bigliettini, appunti, pezzi delle loro vite.Tom è invidioso del fratello.

Lì attorno, gli altri componenti della band, i tristi amanti da sempre, gli sfaccendati di un tempo, le indie-star dell’anno di gloria 2011, vivono l’estate della loro vita, nervosamente travolgente. Sono, solo a prima vista, quasi apatici, incoscienti di tutto, ancora sorpresi del loro successo. Sono dei giovani uomini. Sono delle comparse, per una volta. Ci sono solo loro due, i Berninger. Le loro vite che sembrano vissute in funzione di Mistaken for Strangers. Un’intera vita in funzione di un documentario che racconti le loro di vite, diversissime, e, alla fine, indistinguibili, inestricabili. Il punto più alto (e più basso) delle loro vite, il loro ritrovarsi, questo Mistake for Strangers.

Nel finale vediamo Matt consapevole del suo successo, che si nasconde continuamente durante un live, e poi si confonde tra la folla, urlando in mezzo a tutti Terrible Love. Il fratello, smessi i panni del filmmaker, lo rincorre come farebbe un qualsiasi roadie. C’è in Tom la voglia di essere protagonista, nonostante tutto. C’è la voglia di nascondersi. C’è il successo da raggiungere. Tom cade vittima della sindrome di Simon Treadwell (protagonista di Grizzly Man di Werner Herzog), vittima del suo stesso successo, finto e perduto. Vuole, evitando la fine tragica degli eroi herzoghiani, diventare se stesso solo attraverso la realizzazione di un disegno folle, insensato. E’ un uomo normale. E’ un uomo fuori dall’ordinario. Per lui, e solo per lui, questo documentario sarà il progetto più folle della sua vita. Tutto è finto, tutto è vero in lui.

6 Maggio 2014
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