Recensioni

6.2

Sono tornati in punta di piedi, i Notwist. Un po’ perché la discrezione ha da sempre contraddistinto il loro agire, un po’ perché nonostante la longevità, non sono mai stati prodighi di uscite: escludendo il loro periodo pre-Shrink nel quale facevano tutt’altro, con Close To The Glass arriviamo alla quinta release in sedici anni, la quarta se escludiamo la (non certo esaltante) sonorizzazione del film Storm. Certo, di alibi ne hanno eccome, considerando i vari progetti paralleli dei membri della band, primi tra tutti quelli di Markus Acher, il maggiore dei due fratelli fondatori della band (13 & God e Lali Puna i principali).

I suoni digitali dell’opener Signals ci fanno capire che non ci si allontana troppo dall’ultimo The Devil, You + Me, sia nel mood che nella scelta degli strumenti: il disco è essenzialmente giocato su sintetizzatori mischiati a chitarre acustiche, o comunque non distorte, eccezion fatta per Seven Hour Drive dove drive e fuzz associati alle elettriche del combo teutonico ricordano i My Bloody Valentine, seppur in maniera approssimativa. Come d’abitudine, i Notwist compongono melodie incalzanti, minimali ma ossessive (Lineri è esemplare in questo senso), senza però arrivare al picco emozionale malinconico del capolavoro Neon Golden, se non forse nel caso di Casino, il brano più tradizionale del lotto, e in Kong, il pezzo più riuscito scelto non a caso come singolo/videoclip promozionale. L’uptempo From One Wrong Place To The Next e la simil-tribale title track, infine, compongono il tassello più elettronico di tutta la discografia, senza però lasciare segni tangibili col procedere degli ascolti.

Close To The Glass è stato, per stessa ammissione degli autori, un tentativo di andare oltre le proprie esperienze personali e raccontare storie che riguardassero anche amici, parenti, gente cara e vicina e che ha rappresentato un esempio per la band. Se dal lato dei testi l’esperimento è sicuramente riuscito, dal punto di vista prettamente musicale si fa fatica a scorgere sia qualcosa di originale e distinto, sia la grana fina dei loro migliori lavori in studio. Non è peccato ritenerlo un lavoro riuscito soltanto a metà.

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