Recensioni

Il Barezzi Live Festival 2014 ha fatto centro: i Notwist al Teatro Regio. Un abbinamento sulla carta azzardato dettato dall’alta richiesta di biglietti per la precedente location (l’infinitamente più piccola e meno affascinante, ci perdonerai Galleria San Ludovico), ma che si è rivelato un accostamento vincente, sopratutto per come è stato usato il teatro, vissuto e trasformato, diventato terreno, messa in scena e fonte di ispirazione, momento – alle volte catartico – capace di ispirare, di esaltare pubblico e musicisti, il teatro tutto.

I Notwist, si sa, sono granitici, diretti, e – come sperare altrimenti – dolcemente inespressivi. Sono realmente come uno se li aspetta ascoltando Neon Golden. Quindici anni dopo sono gli stessi di sempre, impacciati e occhialuti, dai movimenti goffi e a scatti, dei manifesti teutonici atipici, degli inni alla forza della timidezza. Si parte. Into Another Tune è un brivido lungo il soffitto del Regio dove le decorazioni di Giovan Battista Borghesi riprendono ritmo, echi ovunque, le teste in platea alzano lo sguardo. Pick Up The Phone e Consequence sono docili e abrasive, le luci investono il pubblico, rendono partecipi, illuminano la scena, che siamo (anche) noi. Gloomy Planets è pura maniera certo (sembra una cover di un pezzo dei Notwist), ma che rincorsa, che colori, che umori.

E qui il primo dubbio, inevitabile, sempre puntuale dopo quasi un’ora di live dei Notwist. Si crea una sorta di spartiacque nei loro live, da un lato le canzoni (non a caso uso il termine canzoni) di Neon Golden, fragili e docilissime seppur trasfigurate (con cura chirurgica) in chiave live, dall’altro i pezzi (i pezzi, gli abbozzi) degli ultimi due dischi dove a mancare non è certo la resa live – come sempre accattivante, in continui crescendi e cambi di direzione (la darksidiana RunRunRun ne è un esempio) – ma lo scheletro, l’anima e la presa al cuore, insomma non ci sono le canzoni. La differenza è notevolissima, impossibile da non notare. Non c’è stato ricambio, si vive di rendita – ma non facciamone una colpa, suvvia.

Ci aspetta il gran finale con Different Cars and Trains che è pura divagazione dance, trash e ossessiva, che tracima di ripetizioni, il tutto per lasciare spazio, per sciogliersi nel momento che tutti aspettano: una Pilot dilaniata, sezionata – prima dub, poi infastidita, irriconoscibile – infine di nuovo malinconica col suo ritornello spacca ghiaccio, una due tre, dieci volte, all’infinito. Il pubblico si alza in piedi, il giusto tributo ad una band che perlomeno dal vivo si è rinnovata (guardando al suo splendido passato), aspettando un nuovo Neon Golden. Brutta cosa il presente. Le luci si spengono, i ricami di Pilot si rincorrono.

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