Recensioni

La sera del 21 giugno vede protagonisti al Rock In Roma i Prodigy, che mancano in Italia dal 2012, anno dell’esibizione all’Heineken Jammin’ Festival. In una serata non troppo calda rispetto alla solita opprimente afa capitolina, il compito di aprire la serata è affidato ai Die Antwoord, band hip hop di Città Del Capo che ha da pochissimo pubblicato il terzo album Donker Mag. Nei circa quaranta minuti di esibizione troviamo un pubblico tremendamente voglioso di sonorità danzerecce: un antipasto prima della squisita portata principale. Proprio come scritto dal nostro Marco Braggion, che ha stroncato il disco, i Die Antwoord portano in tour un materiale non proprio eccelso, ma nonostante la qualità dei pezzi sfiori la mediocrità, Watkin Tudor Jones e compagni si trovano nel posto giusto al momento giusto. Synth ruffiani e bassi sparati a mille esaltano i presenti, dando l’idea che nel panorama musicale odierno i Die siano l’unica band capace di raccogliere quell’eredità post-punk infarcita di elettronica di cui proprio i Prodigy sono portabandiera da ormai un ventennio, non tanto come qualità della proposta ma sicuramente come attitudine. Difficile, comunque, comprendere come possa piacere la voce di Yolandi Visser, una copia ancora più sbiadita di Lene Grawford Nystrøm degli Aqua.
Con la solita mezzora di ritardo rispetto alla tabella di marcia, salgono sul palco i Prodigy. Liam Howlett e compagni offrono senza mezzi termini lo show che il pubblico vuole sentire, una grande cavalcata di hit che accontenterebbe chiunque, anche chi preferisce la primissima fase della discografia dedita ai roboanti motori della jungle. Con l’apertura dirompente di Breathe, Voodoo People che trascina ad occhi chiusi nei rave illegali anni ’90 della Gran Bretagna, l’incendiaria Firestarter o le tastiere impazzite di Omen, i Prodigy sanno sicuramente come accontentare i paganti, che semplicemente non possono chiedere altro. Eppure c’è qualcosa che non va, manca quella connessione diretta tra pubblico e artista che fa scendere (seppur di poco) il livello dello show. Per Maxim Reality e Keith Flint, vocalist energici e inarrestabili come palline da flipper che del filo diretto con l’euforia di chi è sotto il palco si cibano come cannibali, non trovare spesso la riposta sperata può essere un problema. Ne è un esempio il cavallo di battaglia Smack My Bitch Up, dove, durante il canto angelico a metà pezzo, Palmer urla al pubblico un “Everybody get fuck down” che non trova la dovuta risposta (se non in minima parte), sottraendo al brano quella carica della quale è portatore da moltissimo tempo (per capire di cosa parlo e rifarvi gli occhi, clickate qui dal minuto 3:30). Stessa storia su Take Me To The Hospital, dove il Nostro urla “I wanna see a fuckin (sì, Maxim ha il fuck facile…) circle in the middle of the crowd” per scatenar il pogo, ma il pubblico comprende troppo tardi.
Si conclude infine con Hyberspeed un concerto che celebra i Prodigy come assoluti animali da palco, trascinanti e coinvolgenti, anche se non tutto è stato esattamente come ci saremmo aspettati.
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