Recensioni

Con una mossa che potremmo definire bowiana (ma anche beyoncéiana), ovvero senza annunci, anteprime o altro, i Raveonettes pubblicano il loro settimo album. Il comunicato stampa parla di un ritorno alle origini, probabilmente riferendosi ai passaggi verso il vintage di Pretty In Black (2005) e a quelli verso il dream-pop di Raven In The Grave (2011).
In realtà è già dallo scorso Observator che i Nostri hanno invertito la rotta e, pur mantenendo le vocalità eteree, le hanno semplicemente aggiunte alla palette stilistica disponibile, già ampiamente analizzata in occasione dei dischi precedenti: i Jesus and Mary Chain, un po’ di MBV, retaggi Lee Hazelwood (Wake Me Up parte come la cover di Bang Bang dell’Equipe 84) ma anche ’50s (l’innocenza di The Rains of May), un po’ di breakbeat umanizzati dal resto con risultati baggy (la notevole Killer In The Streets) o mescolati al noise con risultati mid-90s in Kill! (dalle parti dei Senser) e la generale aria psych-pop. Surf pochino, nonostante i due Raveonettes vivano in California e nonostante il titolo del disco richiami una spiaggia hawaiana: ma essendo quella in cui Sune ha rischiato di annegare, va da sé che le armonie dei Beach Boys sì, lo spirito e l’allegria un po’ meno, benché il disco sia frizzante come al solito.
A questi elementi i due sostengono di averne aggiunti altri, quali gli staccato di chitarra e strutture compositive complesse, che in effetti si sentono in When Night Is Almost Done (e c’è anche una reminescenza Doors, la batteria che apre il disco da sola è praticamente quella di Break On Through). Ne risulta la conferma di uno stile consolidato da tempo, che nelle dieci canzoni, per poco più di mezz’ora, dispiega le sue possibilità con buona ispirazione. Non sarà il capolavoro di cui un po’ di tempo fa lamentavamo l’assenza dalla discografia della band, ma non è nemmeno il caso di dare troppo per scontati dischi di carattere e fluidità come questo.
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