Recensioni

Tra le tante “malefatte” degli anni novanta, di sicuro bisogna annoverare lo sdoganamento di certe musiche “particolari” verso un pubblico più ampio. Una tra le tante a finire su palcoscenici non propriamente adatti, dopo una certa “ripulitura” o levigamento delle asperità, fu sicuramente tutta quella gran massa informe che andava sotto la sigla “industrial”, spesso se non sempre declinata col suffisso -rock. Roba più o meno presentabile, di cui i Nine Inch Nails furono esempio perfetto col loro cedere e non cedere alla “orecchiabilità” ma al tempo stesso fornire un immaginario declinabile in varie forme oscure (dal cyber-punk al cinematografico apocalittico, passando per ebm e grey area), cattivo, duro, poco raccomandabile eppure in grado di risultare appetibile e (ehm) “orecchiabile”, se non proprio affascinante, per un pubblico spesso a digiuno di certe sonorità.
Tutto questo preambolo per dire che i Soft Moon di Lucas Vasquez – almeno in questo Criminal, primo passo su Sacred Bones – sono i perfetti discendenti di quella stagione inaugurata (anche) da Reznor. Dotate di una maggiore propensione al “post-punkismo” più tetro e grigio in vece dell’industrial-rock dei citati, le tracce di Criminal – sorta di “confessional work” nato dalla riflessione “sul concetto di colpa”, altro elemento spesso presente in area grigia – offrono le stesse dinamiche compositive, la stessa capacità di viaggiare borderline tra fastidio e sensualità, la stessa immediatezza disturbante mischiata a una via personale alla “catchyness”, nonostante ci si ritrovi in lande fredde e algide, robotiche e limitrofe al noise.
Eppure tra le (a dir poco) umbratili pieghe che segnano in generale tutto il percorso di Soft Moon e, nello specifico, questo Criminal, è facile intravedere stracci di melodie (Give Something rimanda esattamente a quei tempi di “misticanza”, così come l’afflato romantico di It Kills stride con le svisate noise che lo tagliano trasversalmente), aperture e ammiccamenti, in una oscillazione continua tra coattagine nineties (una Young iper-caricata di enfasi), devasto da nichilisti del pentagramma (una Ill che è una sorta di harsh-noise for dummies) e marzialità che diremmo quasi-EBM (Like A Father sembra rimandare a certi passaggi di Nitzer Ebb o Front 242).
Un lavoro tosto, nero-pece, incattivito, rabbioso in certi momenti e totalmente coerente, pur nella appena citata varietà stilistica, che sembra a tutti gli effetti un approdo e insieme uno slancio per una nuova fase.
Amazon
