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5.5

Non è mai bello considerare la carriera di un artista al netto di un solo disco, figuriamoci di una manciata di canzoni. Tuttavia, risulta a volte un male necessario, soprattutto quando il personaggio in questione è uno dei songwriter più apprezzati degli ultimi anni. Parliamo di Kristian Matsson aka The Tallest Man On Earth, che torna – a tre anni dal buon There’s No Leaving Now – con un nuovo lavoro, dal titolo Dark Bird Is Home.

Parliamo di una manciata di (splendide) canzoni proprio perché sono state quelle ad aver scandito l’ascesa del menestrello scandinavo, salito con merito agli onori della ribalta ormai cinque anni fa con The Wild Hunt, disco che ne aveva mostrato le grandi qualità di cantautore acustico e performer, oltre a sdoganare una una voce dal timbro inconfondibile; elementi che lo avevano etichettato, forse troppo velocemente, come il Bob Dylan dei ghiacci, un paragone scomodo a cui il Nostro aveva saputo sfuggire con una musica sì derivativa, tuttavia profonda e personale, un folk classico in grado di generare veri e propri standard cantautorali.

Gli stessi che ci aspettavamo di trovare anche nell’atteso Dark Bird Is Home, che al contrario delude fortemente le aspettative, dimostrandosi come l’anello più debole dell’intero catalogo di Matsson. Tra inedite chitarre elettriche, cori e una generale maggiore attenzione per la produzione, il songwriting si perde in una sequela di piccoli dettagli che mostra, da un lato il tentativo di diversificare – almeno in apparenza – il mood generale del disco, fossilizzato sui canoni acustici delle prove precedenti ma al contempo arricchito da arrangiamenti più consistenti; dall’altro, la volontà di conformarsi all’attenzione del grande pubblico, confezionando un album che non ha più nulla dell’urgenza del passato, ma che strizza l’occhio ad una matrice più indie e pop. Insomma, l’acustica, seppur sempre presente, risulta uno scialbo accompagnamento alla struttura delle canzoni, orientate ora ai già citati cori da stadio in aria Mumford And Sons (Timothy, Darkness of the Dream, Slow Dance), ora ad un intimismo da cameretta (la timida invocazione di Fields of our Home, il country edulcorato di Sagres), tra cui si salvano giusto quei due o tre episodi in cui Matsson cerca di dare nuova vita all’essenzialità lo-fi del passato (Beginners, la title-track), anche se con un netto abbassamento della qualità.

Il difetto maggiore di Dark Bird Is Home sta proprio qui, nell’essersi distaccato troppo da uno stile efficace e riconoscibile come pochi altri: una strategia che avrebbe pagato se ci fosse stata altrettanta sostanza nelle nuove canzoni, invece della ricerca di atmosfere leggermente diversificate dalle precedenti ma nel complesso una uguale all’altra, anche dopo ripetuti ascolti. Basterebbe citare l’urgenza spiazzante di Love is All o la polverosa cavalcata di King Of Spain, per ricordarsi di cosa sia stato capace The Tallest Man On Earth fino ad oggi: un vero peccato, visto il talento di un artista in grado di regalare, anche sul palco, momenti di vera emozione, ma che oggi finisce per pubblicare soltanto un disco trascurabile.

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