Recensioni

In un epoca hit-oriented, focalizzata solo sulla velocità della fruizione e che non ha pazienza per l’ascolto attento dei long playing, non sorprende più di tanto che uno dei maggiori interpreti pop di questo tempo, Abel Tesfaye, in arte The Weeknd, abbia dedicato l’ennesimo capitolo della sua discografia a un extended play di sole sei canzoni, dal titolo (forse emblematico) di My Dear Melancholy. Negli ultimi anni l’ormai fu chioma Basquiat-iana ha coronato l’ascesa mediatica e la maturazione artistica attraverso una sorta di tradimento nei confronti degli originali stilemi – dei quali lui stesso era la promessa nascente ai tempi di House of Balloons e Trilogy – verso una presenza nel panorama mainstream che, nel breve periodo, è diventata centrale e totalizzante (spot, commercial, photo-shooting, Grammy, Coachella, ecc…). L’evoluzione è stata, d’altra parte, naturale, dal momento che Kiss Land, il successore dell’acclamato Trilogy, aveva ricevuto un’accoglienza tiepida tanto da parte della critica quanto sul fronte dei proventi economici. Lo spirito di Michael Jackson, a quel punto, ha preso il sopravvento e ha consegnato a Tesfaye un’immagine nuova, forse meno originale, ma che, con Beauty Behind The Madness e soprattutto Starboy, lo ha consegnato nelle mani manipolatrici della popular culture, fra Diplo, Max Martin e Fifty Shades Of Gray.
My Dear Melancholy, dunque, ha forse un significato che va oltre il semplice titolo. Certo, il popolo del gossip avrà seguito da vicino la separazione con Selena Gomez e, conseguentemente, speculato su come queste sei tracce rappresentino un ritorno dark, una dichiarazione di separazione e di sentimenti post-break-up nei confronti della pop-star. Ma, a guardare bene, l’EP è un intelligente tentativo di recupero dell’estetica uggiosa e malinconica (appunto) delle origini. La produzione, come sempre accade per Tesfaye, è in ricchissime mani: nomi come Nicolas Jaar, Guy-Manuel de Homem-Cristo (Daft Punk), Skrillex e Mike Will Made It campeggiano fra i credits e cuciono suoni a volte meno digeribili dai canali musicali e dagli spot pubblicitari, ma altrettante volte un po’ sgonfi e bloccati in una sorta di limbo tra quello che fu, quello che poteva essere e quello che è. Ci spieghiamo meglio: è facile sperare di sentire in Call Out My Name qualcosa che suoni come What You Need da House Of Balloons, ma, l’urgenza e la necessità (monetaria?) di Tesfaye rendono l’operazione pressoché impossibile, facendola suonare molto più simile alla recente e debole Earned It. La liquida Wasted Times mette in risalto le peggiori qualità di Skrillex fra house-step cafona ed emo-core. Hurt You, prodotta sulla stessa linea dell’ossessiva Can’t Feel My Face, fallisce nel replicarne l’impatto e la digeribilità.
Per chiudere: è vero, My Dear Melancholy è un guardare al passato, fra emozioni pre-relazione con la Gomez e attitudine stilistica dark. Ed è vero anche che, in alcuni episodi (Privilege) viene fuori una produzione originale, urbana, del tutto contemporanea. Ciò che si recrimina, però, è che The Weeknd non aveva alcun bisogno di tornare indietro. Sì, a questo personaggio-celebrità e sforna hits, preferiamo quello dell’innocenza e urgenza di High For This, ma non è certo con dei passi indietro che riuscirà ad… andare indietro. Non ancora, almeno. Il passato deve essere la benzina del futuro, non la tanica di cui servirsi quando si è a corto di idee.
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