Nicolas Jaar (US)

Biografia

Some Kind Of Game

Assieme a James Blake, Jamie XX, SBTRKT e Mount Kimbie, Nicolas Jaar è uno degli autori più emblematici di un cambio decennio – 00s/10s – che ha visto un rinnovato interesse per le combinazioni tra r’n’b, fascinazioni world e dance music, e un abbattimento dei confini tra il ruolo del producer dance e quello del musicista indie nell’epoca del web. Il suo percorso artistico, iniziato idealmente quando il padre gli regalò all’età di 14 anni una copia di Thé Au Harem D’Archimède di Villalobos, è testimone privilegiato di una carriera impensabile in epoca pre-internet.

«Quando ero piccolo facevamo molti viaggi per visitare le opere pubbliche [di mio padre]. Mi ripeteva sempre che dovevo essere “content specific”, ossia che dovevo basarmi sul contenuto delle opere rispetto al luogo e al contesto in cui mi trovassi» (intervista ad Artribune, 2013)

Figlio dell’artista (con un passato da illusionista) Alfredo Jaar – e con potenti riflettori puntati addosso già ai tempi dell’Università, quando studia letteratura comparata alla Brown University – il ragazzo newyorchese classe ’90 coltiva un misto di umori r’n’b e pop, passione per l’house e sensibilità techno unite da uno sguardo cinematico, l’amore per il jazz di Mulatu Astatke e la classica contemporanea di Cage e Satie. La sua musica, governata da una colorata urgenza narrativa, è da principio agreste e trans-continentale, libera da schemi precostituiti e perciò aperta alle contaminazioni più disparate, così come la sua figura autorale, che si configura come un misto tra quella del producer elettronico e qualcosa che sfugge alle catalogazioni in un’epoca di grandi trasformazioni. Una frangia piuttosto ampia del giornalismo musicale, lo cataloga alla voce post-dubstep, racchiudendo sotto questa etichetta, anche piuttosto forzatamente, un ampio comparto di esperienze soniche che comprendono i citati musicisti e vari produttori elettronici che stanno esplorando i confini di un’ampia palette di strumentazione, con uno sguardo particolare sulle contaminazioni etniche (leggi anche alla voce “afrofuturismo”) all’interno di un inedito paradigma, quello post-coloniale.

Jaar, fin dall’inizio, è oltre le definizioni di genere eppure immerso in una wave tutta sua che per scherzo, durante una conversazione telefonica con un amico, chiama blue; un prefisso che, parafrasando, diventa una colorata-onda-solitaria-per-cuori-spezzati. La sua teoria è che in un club la gente cerchi una connessione particolare con il dj, e che questa sia possibile solo se si è soli. Contemporaneamente – e parallelamente all’attività produttiva – il ragazzo è già proprietario di un’etichetta messa su per gioco nel giorno del suo 19° compleanno, la Clown & Sunset, realtà che verrà abbandonata qualche anno più tardi per formare la più strutturata Other People. Tutto questo prima di imbarcarsi in live performance con una band, decidere di rallentare sempre di più i BPM nei suoi set in solitaria, girare il mondo con un disco d’esordio che riceve critiche favolose – Space Is Only Noise – e formare un altro fortunato progetto, i Darkside, una psych-jam improntata su chitarre e blues imbastita assieme a Dave Harrington. Quella di Jaar è una continua ricerca espressiva basata su coordinate emotive, storie da raccontare o, all’opposto, un mondo di fascinazioni sonore da esplorare secondo linee guida di partenza o progetti site specific, catturato da una trasversale ed elusiva discografia che dapprima prevede una serie di EP e feat. e, in seguito, confluisce in album lunghi veri e propri, misteriosi alias come A.A.L (Against All Logic) sorta di laboratori a cielo aperto dove il Nostro esplora varie angolazioni di un sound crudo e vivido, afoso e morbido, sottilmente ubriacante, legnosamente latino, agreste e acustico, assolutamente seduttivo.

Nicolas Jaar

Para(sol)

Ad accorgersi per primi di Jaar sono i tipi della Wolf + Lamb di Brooklyn, producing duo, etichetta e locale di culto (Marcy Hotel) che si sta imponendo come il cuore della rinascita house newyorchese a cavallo del decennio. Per la loro label, ad aprile del 2008, il ragazzo pubblica l’EP The Student ed inizia ad apprendere le basi per esibirsi dal vivo. Il 12” comprende tre tracce (più due remix di Seth Troxler e Kasper) che contengono la polpa del sound che Jaar coltiverà negli anni successivi: la traccia omonima mescola folktronica e Cage, ritmiche “fatte a mano” e brevi narrazioni per fraseggi al piano che sembrano riportare agli albori di una scena indietronica a cavallo tra Islanda, Four Tet e Mille Plateaux. Lo stesso brano, nella versione Hairstyle sfrutta una drum machine, cassa in 4/4 e una minimale effettistica che ne riorganizza le coordinate su binari dance, senza rinunciare a stop and go, riprese e sonnolenti crescendo dove “organico” e “sintetico” si uniscono o avvicendano.

E’ questo il doppio binario su cui Jaar intende muoversi e ciò che succede nei 36 minuti di streaming del suo primo live al Marcy Hotel del 15 maggio 2008. In Hage Chahine, altro brano inedito presente in scaletta nel citato EP, si aggiunge all’intingolo uno sguardo etnico à la Thievery Corporation per capirci, ma da un’angolazione decisamente più DIY. Da queste coordinate prende vita anche la collaborazione con il musicista e cantante etiope di stanza a Parigi Soul Keita, spirito affine a Jaar per via di un sound fatto di dinoccolato jazz, smalti meticci e pimpanti percussioni. Nei 2 volumi della Democracy EP:New Friends dell’anno successivo troviamo una Democracy, I Was Thirsty dove ad essere esplorato è un formato canzone à la Leonard Cohen (in versione dilatata ed etnica), mentre, all’opposto, in Para(sol) va in scena un montante deep-house dagli accenti molto folky (leggi il sopracitato “fatto a mano”) anche grazie alla strumentazione africana di Keita. Di fatto, in Democracy c’è spazio per tutto ciò che il ragazzo dal sangue misto ha in mente per la sua musica: una dimensione altra, una sountrack senza bisogno del film dove spazio e tempo, passato e presente, Occidente, America Latina e Africa, si fondono e confondono. Il lato club, almeno in questa prima fase, non viene mai abbandonato, e in questo senso il remix dell’altro astro nascente della dance music Seth Troxler darà un ottimo spunto produttivo a Jaar conferendo a Student un sound molto vicino a Villalobos, ovvero tirando in ballo una produzione minimal techno per spezie deep e una progressione potenzialmente infinita. Sempre sotto l’ombrello Wolf+Lamb, ovvero la label gestita dal solo Gadi Mizrahi, Double Standard Records, esce l’anno successivo Love You Gotta Lose Again EP. E’ il 2010 e la produzione di Jaar si è fatta più strutturata. Vengono approfonditi i confini tra beat, pop, r’n’b e jazz, in pratica una possibile risposta dal lato newyorchese al nuovo fermento indie-elettronico britannico (in quell’anno escono Crooks & Lovers di Mount Kimbie e Klavierwerke EP di James Blake). Sempre quell’anno altre produzioni più che buone contribuiscono a mettere sulla mappa il producer: Time For Us, Russian Dolls e Marks/Angles. Time For Us è da subito un instant classic e una pietra d’angolo nella produzione del Nostro: una tastiera umorale e marittima ambient house introduce un giro angolato di basso, e la voce nel mix, dello stesso Jaar, è messa al servizio di strofe dalla tonalità “ribassata” in tipico stile house ma giocate con il piglio dolente del blues. Sempre da queste parti, l’altro grosso tema che sarà portato avanti in futuro è quello dei ralenti: a un certo punto la traccia perde giri e riprende più lenta, per poi trascinarsi alla conclusione con pacata fierezza. L’altro strike dello stesso singolo è Mi Mujer, altro pezzo ritmato ottenuto campionando un refrain per strumento a corda africano, percussioni a puntellare i fianchi e bassone avvolgente sullo sfondo.

E’ una modalità questa che SBTRKT porterà a concept, con un certo sarcasmo di quest’ultimo nei confronti di Jamie XX reo, a suo avviso, di aver preso troppi spunti dalle sue idee di Africa re-immaginata secondo coordinate r’n’b e dance UK. Jaar dal canto suo non teme critiche: il suo approccio, e lo si vede anche in Russian Dolls, è costantemente strattonato a quattro lati del globo: il brano gioca di sponda tra l’incedere binario delle tradizionali danze folk est europee e quello più sensuale del tango, su uno sfondo di una meditabonda deep che acquista brio sul finale. Lungo queste coordinate prendono piede anche i brani dell’EP Marks e Angles, che mostrano nuovi smalti del crooning (un po’ à la Elvis Presley) di Jaar, in bilico tra il serio e il faceto.

Sempre nel 2010 il producer inizia ad essere richiesto anche nei remix, e la sua fama in questo campo crescerà di pari passo con la sua carriera: gli Azari & III gli commissionano Into The Night, Matthew Dear You Put A Smell On Me e Ellen Allien Flashy Flashy. Lo spirito con il quale sono concepiti questi lavori è quello di restituire una vena agrodolce e sensibile alle tracce originali, applicar loro un trattamento blue wave per dirla à la Jaar; dello stesso anno anche il rework di Billie Jean di Michael Jackson.

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Space Is Only Noise

Nel gennaio 2011 esce Space Is Only Noise, l’album lungo di Nicolas Jaar, un passo necessario per far conoscere il producer/musicista a un pubblico decisamente più ampio, quello che generalmente non acquista singoli ed EP su etichette dance. La mossa del resto è decisiva anche in vista del tour: il Nostro propone dal vivo un doppio set che comprende un live in solitaria per i club (lui non mixa e non fa djing) e uno accompagnato da una live band. Il disco, del resto, si presta perfettamente ad integrare ed esplorare tutte le influenze e gli ambienti che il newyorchese ha indagato fino a quel punto. L’etichetta non è scontata, ed è la francese Circus Company (quella di Nôze, Ark, Oleg Poliakov, DJ Koze e molti altri), altra realtà per producer leftfield che si muovono dentro e fuori l’universo dance: in questo contesto apolide, Jaar è a casa sua in tutti i sensi, a partire dalle fascinazioni francesi che attraversano la tracklist. L’album, del resto, inizia ambientale come se parlassimo di una sonorizzazione di un vecchio film (Etre), poi emerge un lato pop tra le pieghe dell’r’n’b, o meglio una narrativa melodica che conserva un proverbiale tocco di blue note (Colomb) e si estende anche alla musica da camera dell’est (Too Many Kids Finding Rain In The Dust) come al desert rock.

«Space Is Only Noise è un prodotto rarefatto che reinventa i Thievery Corporation ricollocandoli in una tela d’orologi molli»

L’abilità di Jaar consiste nel mantenere una personale impronta umorale lungo tutto il lavoro riuscendo, nel contempo, a circuitare suggestioni che vanno dal folk al jazz etiope, dal pop alla psichedelia, spezie che vengono poi calate e nelle notti infinite e nelle tecniche di produzione del connazionale – sul lato cileno – Ricardo Villalobos andando così a formare un nuovo forte statement ambient house a circa 20 anni di distanza dalle prime produzioni degli Orb. «Space Is Only Noise è un prodotto rarefatto che reinventa i Thievery Corporation ricollocandoli in una tela d’orologi molli», scrivevamo in sede di recensione all’uscita del disco, e da questo punto in poi la carriera di Jaar spicca il volo. La tournée, specie quella in versione live band, è un successo, mentre alcune resistenze incontrate rispetto alla scelta di suonare sotto i 110bpm restituiscono al producer, già nel medio periodo, ancora più credito e fama presso i circuiti mediatici, booking e festivalieri.

Darkside | Daftside

A febbraio 2012, Jaar è già oltre il tradizione discorso del live e al MoMA PS1, ad un evento organizzato da Pitchfork, presenta la performance multimediale From Scratch, un progetto nato per mano della sua Clown & Sunset Aesthetics, una casa di produzione artistica che vede coinvolto anche il produttore cinematografico Noah Kraft che va così ad affiancarsi all’etichetta Clown & Sunset. From Scratch consiste in uno spettacolo di ben 5 ore che prevede installazioni video “rotanti”, danza e una parte d’improvvisazione musicale nella forma di live jam che vede coinvolti Will Epstein, Sasha Spielberg e Dave Harrington; ed è proprio con quest’ultimo che, durante la tournée dell’album d’esordio nel 2011 nasce il nuovo progetto Darkside, una modalità alternativa d’esplorare la live jam da un’angolazione psichedelico-chitarristica su basi blues che darà vita già quell’anno, sulla Clown And Sunset, a un EP omonimo.

Discograficamente, questo è anche il periodo in cui Jaar si concentra sull’etichetta: nel 2012 viene pubblicato un curioso oggetto a forma cubica che permette di suonare Don’t Break My Love, il sampler della label con lavori editi e inediti anche dello stesso Jaar. Il titolo proviene da un ottimo brano omonimo che Jaar ha pubblicato qualche mese prima (novembre 2011) e caratterizzato da mix di tepore melodico e grande dettaglio concreto che ricorda da vicino le sperimentazioni a cavallo tra 90s e 00s di Múm e le produzioni Touch e la citata Mille Plateaux. Altro segno della popolarità che Jaar ha raggiunto si ritrovano nell’essential mix commissionato da BBC Radio 1 (dove il newyorchese propone un po’ di tutto, da Jay-Z ad Aphex Twin passando per Marvin Gaye e Bill Callahan), l’immancabile set proposto alla Boiler Room e il remix di Cherokee, brano firmato da Cat Power proveniente dal suo ritorno discografico, Sun. Anche in questo caso la canzone ricevere il “consueto” trattamento Jaar: in particolare, il producer prende la parte vocale del brano calandola in un’atmosfera notturna e spaziale per organetto e synth al confine con la drone music.

A giugno 2013 arriva un’altra mossa laterale ed inaspettata: il duo attivato con Harrington si cimenta in un remix album del Random Access Memories dei Daft Punk pubblicato giusto il mese precedente. Il remix, chiamato Daftside, e condiviso gratuitamente via Soundcloud, è di fatto un re-work dell’album suonato secondo le coordinate jammate del duo. Del resto queste sono le prove generali di una prova sulla lunga distanza che non tarderà ad arrivare.

Pubblicato ad ottobre 2013, Psychic «punta su un intorno 70s-80s allentando le maglie tra blues e funk e calandoci sopra una fumata di psichedelie progadeliche, sporadici falsetti funky e un senso di viaggio cosmico che sta nei pensieri di Jaar almeno fin dall’album solista», affermiamo in sede di recensione, e naturalmente alla pubblicazione del disco segue una fitta serie di applaudite date live.

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Other People Work

Nel frattempo il producer/musicista, inaugura alcuni nuovi dance alias, tra cui A.A.L., che sono un modo per continuare sul filone più ritmato e basico della sua produzione elettronica, esplorando da questa angolazione nuovi risvolti deep e ambient senza porsi troppi limiti di durata e formato. È un modo per jammare, esplorare in librertà o anche dedicarsi a un sano cazzeggio al riparo dalle pressioni a cui sarebbe sottoposto pubblicando con il proprio nome, come è lampante ascoltando le produzioni digitali del 2013 e 2014 (l’omonimo esordio e Stand Up / So Far). Diverso il discorso nell’unica pubblicazione vinilica, il singolo You Are The One e traccia stand-alone che esplora con maggiore fuoco e compiutezza il terreno d’intersezione tra ghetto house e la piano house a cui siamo maggiormente abituati ad associarlo, tra strette reiterazioni di campioni vocali (presi da Somebody’s else’s guy di Jocelyn Bown), scalcianti kick alla 808 e tocchi funky sul finale.

Tutto questo, assieme al lavoro di altri artisti e producer (tra cui il nostro Vaghe Stelle, 12z, Inlensk e altri), viene distribuito attraverso una nuova e personale label da lui stesso curata, Other People, una “serial label” che previa sottoscrizione a pagamento permette di scaricare tutte le nuove uscite e l’intero catalogo. Anche la nuova etichetta sforna una compilation celebrativa, Work, che viene pubblicata ad agosto 2014 e contiene lavori di Jaar e degli amici Soul Keita e Dave Harrington, oltre a Visuals e Ancient Astronaut (interessante il vs con Jelinek intitolato B2). Quasi contemporaneamente alla pubblicazione del lavoro, che contiene due inediti del duo ovvero Gone Too Soon e What They Say, Jaar decide di sciogliere il progetto Darkside twittando testualmente: «coming to an end, for now». Seguirà qualche mese più tardi la release di un concert film curato da La Blogothèque Télénantes in associazione con ARTE France e intitolato Psychic Live, testimonianza che cattura una performance live registrata a Nantes, in Francia. Del resto questi sono mesi frenetici per Jaar.

Tra il 2014 e il 2015 la sua attività non potrebbe essere più intensa e sfaccettata: da un lato, nelle vesti di label manager, è impegnato con l’etichetta, dall’altro, in quelle di musicista, attiva un nuovo progetto, questa volta dal taglio dream pop e assieme alla figlia di Spielberg, Sasha, chiamato Just Friends (condividendo prima la cover della Avalanche di Leonard Cohen e poi il brano inedito Don’t Tell Me), per poi diventare producer per il veterano di house e juke Dj Slugo nella traccia Ghetto, remixer con i Darkside in Digital Witness di St. Vincent, ma anche selector nel mix di un’ora dedicato a John Lennon intitolato Our World, nonché intervistatore d’eccezione (chiede ad Aphex Twin se ha mai sentito fantasmi o spiriti che lo guidano nel fare musica e intervista per conto di The Fader, André 3000) e compositore di una serie di soundtrack. Sotto quest’ultimo profilo, cura (ma in un secondo momento abbandona) la colonna sonora del telefilm The Returned, scrive le musiche del nuovo film di Jacques Audiard Dheepan e quelle, con la collaborazione di Brian Jackson, per un corto diretto da Samantha Casolari intitolato Eleven Times, ispirato all’uccisione da parte delle forze dell’ordine di Michael Brown e Eric Garner; non ultimo, all’inizio del 2015 s’innamora del film del 1969 The Color of Pomegranates del regista russo Sergei Parajanov e presenta a sorpresa una colonna sonora alternativa, accompagnata dallo streaming del film via YouTube, durante la notte degli Oscar (febbraio 2015). Proprio da quella colonna sonora e da stralci di collaborazioni avvenute negli ultimi mesi (quella con Slugo) e progetti non completati (la colonna sonora di The Returned) nasce Pomegranates, un album condiviso gratuitamente tramite i profili social ufficiali che Jaar considera a tutti gli effetti la sua seconda prova sulla lunga distanza.

«Avrei voluto fare qualche sonorizzazione ma il tipo che detiene i diritti del film vuole che lo si rappresenti soltanto in versione originale, e non lo biasimo», afferma nella press release. «Sono sicuro che Paradjanov non avrebbe gradito che un ragazzo di New York trafficasse col suo capolavoro…[Ho sentito l’album] un paio di volte senza guardare il film e penso che stia bene anche da solo. O perlomeno lo spero».

Il disco, che esce a cavallo di una serie di 12” Nymphs che segna il ritorno in solo di Jaar dopo quattro anni, rappresenta una nuova immersione nel mondo inafferrabile e immaginifico di Jaar. Di acqua sotto i ponti dall’esordio ne è passata, ed anche se a prevalere ora sono gli aspetti compositivi extra dance, le tecniche produttive legate alla techno non sono state del tutto abbandonate. «Non è sempre estasi e abbandono, nell’ora e 16 minuti di durata del disco», scriviamo in sede di recensione, «ma il newyorchese risulta comunque piuttosto abile nello scivolare da uno scenario all’altro», da una suggestione avant classica a una più tipicamente pop, da brani basati su ritmiche che ricordano i Mouse On Mars a suggestioni più astratte e minimali. Al solito per Jaar, dato un contesto o un pretesto all’interno del quale creare, tutto sembra configurarsi attorno ad uno psicheldelico senso di magia, più che mai in questo lavoro ritorna per il musicista la lezione del padre e il senso della scoperta nell’arte.

«Mio padre, prima ancora di essere un artista, da giovane era un illusionista. Il mio primo contatto con il mondo dell’arte è stato con la magia, con i giochi di prestigio» (Artribune 2013).

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Sirens

Un legame, quello paterno, che torna, un anno più tardi, ancor più esplicito e profondo nell’album Sirens, lavoro annunciato a sorpresa a settembre 2016 dopo che il musicista aveva trasmesso all’interno di un radio network – attivato ad hoc sul sito dell’etichetta personale Other People – uno streaming di ben sei ore contenente musica edita ed estratti di nuove composizioni. Nonostante il titolo, il disco è buio come la notte e non contempla né marinai né acqua; al loro posto una terra persa nel tempo e nella memoria che vede alternarsi momenti elettroacustici tra sequenze di piano impolverato à la James Blake e dettagli concreti e haunted di marca Burial, ad episodi più strutturati e “pop” dove il musicista esplora i 50s in un’ottica universale e graffittara, percorrendo le strade perdute di David Lynch o incontrando gli eroi rockabilly amati da Alan Vega e Martin Rev. Il lavoro è inoltre attraversato da un invisibile fil rouge politico: Jaar ricostruisce alcuni fatti cruciali della storia cilena in un disco che rappresenta il calco del ricordo di quei momenti rivissuti attraverso conversazioni astratte e immaginarie con il padre e rigorosamente in spagnolo, chiacchiere che si perdono nell’infanzia del musicista, acquistando un alone di finzione, e che diventano anche surreali come in un romanzo di Gabriel García Márquez. Da qui la sensazione, notavamo in sede di recensione, di un album terrestre, di terra natia, ma anche di terra universale, dove tutto ciò che accade, accade all’aperto, dentro qualche casa e poi di nuovo nei cortili, e da lì oltre le staccionate verso l’oscurità, verso una mistica che è poi la meta di un disco che scivola di mano, dalle orecchie, come per magia.

A circa un anno dalla sua pubblicazione viene pubblicata una particolare deluxe edition del disco con tre inediti a infilarsi tra gli esistenti brani e a ampliarne l’orizzonte e l’immaginario. Tra questi un posto centrale è occupato da Coin In Nine Hands, un crescendo chiaroscurale di circa otto minuti accompagnato dalla voce narrante dello stesso Jaar e costruito su scuri beat Hip Hop / House asserragliati prima su un’effettistica industrial e poi adagiati su un brumoso groove che si dischiude nel finale. In chiusura (dopo quella History Lesson con la quale si chiudeva in precedenza il disco) trova posto la bianchissima America! I’m For The Birds, un delicato soul diluito in una pastella di psichedeliche dolcezze.

This old house

«E’ sempre divertente quando nelle notizie leggi qualcosa del tipo “il primo lavoro di Nicolas Jaar in tre anni”, di fatto pubblico il mio lavoro sotto differenti nomi» (Crack Magazine)

Dopo mesi trascorsi a tirare un po’ il fiato, ovvero un biennio 2016-2017 che segna l’abbandono dell’attività di remixer e mostra un progressivo rallentamento dell’attività sul lato della Other People, per quest’ultima agli inizi del 2018 esce a sorpresa un album a nome A.A.L. Della pubblicazione inizialmente nessuno si accorge (sarà Pitchfork a lanciare la notizia sottolineando proprio questo fatto), e come sta a indicare il titolo – un lasso temporale 2012-2017 – parrebbe una compilation riassunto dell’alias di cui si conoscevano i (pochi) movimenti dal 2014. Eppure, differentemente da quanto ci si aspetterebbe, il disco non contiene nemmeno uno dei brani precedentemente pubblicati sotto quest’alias e dunque l’uscita di fatto rappresenta un lavoro d’inediti che l’ascolto non fa che confermare.

Compattezza di visione e produzione senza salti di volume e con un fuoco ben piazzato su ritmi e groove vanno nella direzione di un lavoro pensato come un album, o come una coerente collezione di tracce. Una familiare other side del Jaar degli esordi iniettata di un’anima deep coltivata nell’ultimo lustro, ballabile eppure a finestre spalancate sul mondo, lontano dalle metropoli e dalle città affollate. In tracklist nessun lampo di genio o particolari novità, ma spicca la finale Rave on U e da segnalare c’è il solito (sapiente) trafficare con campioni anni ’70 tra disco, soul e r’n’b messo al servizio di ariose produzioni house tese su una lasca corda techno e trattate alla bisogna con filtri e tecniche french touch (Some Kind Of Game), risvolti di quelle su estetiche blacksploitation e in generale dinoccolato funky (l’opener This Old House Is All I Have, Know You), heart and soul dalle parti del Moby ultima maniera (Cityfade), fino a lineari progressioni idm-britannico-nordiche verso la fine a rientrare nella produzione più assimilabile al giro “post-dubstep” di inizio 10s (Flash In The Pan, You Are Going To Love Me And Scream). Tutte cose che di fatto i fan di Jaar conoscono bene, pure quelli (e non sono pochi) che non hanno mai sentito parlare di A.A.L. fino ad ora e che non sanno che è anche un discreto prodigio nel fiutare e manipolare scientificamente il frammento, proprio come un buon discepolo di J Dilla (vedi il frammento della Doin’ Roght di Mike James Kirkland in This Old House Is All I Have, quello della I Am God di Kanye West in Such a Bad Way e qualcosa dello stesso compianto producer in I Never Dream). Del resto Against All Logic è il Jaar che continua lungo le direttrici esplorative di quel live al Marcy Hotel che ormai porta la data del 2008. Giusto 10 anni fa.

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