Nicolas Jaar

Centomila illusioni

Assieme a James Blake, Jamie XX, SBTRKT, Caribou e Mount Kimbie, Nicolas Jaar è uno degli autori più emblematici di un cambio decennio – 00s/10s – che ha visto un rinnovato interesse per le combinazioni tra r’n’b, fascinazioni world e dance music, e un abbattimento dei confini tra il ruolo del producer dance e quello del musicista indie nell’epoca del web. Il suo percorso artistico, iniziato idealmente quando il padre gli regalò all’età di 14 anni una copia di Thé Au Harem D’Archimède di Villalobos, è testimone privilegiato di una carriera impensabile in epoca pre-internet.

«Quando ero piccolo facevamo molti viaggi per visitare le opere pubbliche [di mio padre]. Mi ripeteva sempre che dovevo essere “content specific”, ossia che dovevo basarmi sul contenuto delle opere rispetto al luogo e al contesto in cui mi trovassi» (intervista ad Artribune, 2013)

Figlio dell’artista (con un passato da illusionista) Alfredo Jaar – e con potenti riflettori puntati addosso già ai tempi dell’Università, quando studia letteratura comparata alla Brown University – il ragazzo newyorchese classe ’90 coltiva un misto di umori r’n’b e pop, passione per l’house e sensibilità techno unite da uno sguardo cinematico, l’amore per il jazz di Mulatu Astatke e la classica contemporanea di Cage e Satie. La sua musica, governata da una colorata urgenza narrativa, è da principio agreste e trans-continentale, libera da schemi precostituiti e perciò aperta alle contaminazioni più disparate, così come la sua figura autorale, che si configura come un misto tra quella del producer elettronico e qualcosa che sfugge alle catalogazioni in un’epoca di grandi trasformazioni. Una frangia piuttosto ampia del giornalismo musicale, lo cataloga alla voce post-dubstep, racchiudendo sotto questa etichetta, anche piuttosto forzatamente, un ampio comparto di esperienze soniche che comprendono i citati musicisti e vari produttori elettronici che stanno esplorando i confini di un’ampia palette di strumentazione, con uno sguardo particolare sulle contaminazioni etniche (leggi anche alla voce “afrofuturismo”) all’interno di un inedito paradigma, quello post-coloniale.

Jaar, fin dall’inizio, è oltre le definizioni di genere eppure immerso in una wave tutta sua che per scherzo, durante una conversazione telefonica con un amico, chiama blue; un prefisso che, parafrasando, diventa una colorata-onda-solitaria-per-cuori-spezzati. La sua teoria è che in un club la gente cerchi una connessione particolare con il dj, e che questa sia possibile solo se si è soli. Contemporaneamente – e parallelamente all’attività produttiva – il ragazzo è già proprietario di un’etichetta messa su per gioco nel giorno del suo 19° compleanno, la Clown & Sunset, realtà che verrà abbandonata qualche anno più tardi per formare la più strutturata Other People. Tutto questo prima di imbarcarsi in live performance con una band, decidere di rallentare sempre di più i BPM nei suoi set in solitaria, girare il mondo con un disco d’esordio che riceve critiche favolose – Space Is Only Noise – e formare un altro fortunato progetto, i Darkside, una psych-jam improntata su chitarre e blues imbastita assieme a Dave Harrington. Quella di Jaar è una continua ricerca espressiva basata su coordinate emotive, storie da raccontare o, all’opposto, un mondo di fascinazioni sonore da esplorare secondo linee guida di partenza o progetti site specific, catturato da una trasversale ed elusiva discografia che dapprima prevede una serie di EP e feat. e, in seguito, confluisce in album lunghi veri e propri, misteriosi alias come A.A.L (Against All Logic) sorta di laboratori a cielo aperto dove il Nostro esplora varie angolazioni di un sound crudo e vivido, afoso e morbido, sottilmente ubriacante, legnosamente latino, agreste e acustico, assolutamente seduttivo.

Nicolas Jaar

Para(sol)

Ad accorgersi per primi di Jaar sono i tipi della Wolf + Lamb di Brooklyn, producing duo, etichetta e locale di culto (Marcy Hotel) che si sta imponendo come il cuore della rinascita house newyorchese a cavallo del decennio. Per la loro label, ad aprile del 2008, il ragazzo pubblica l’EP The Student ed inizia ad apprendere le basi per esibirsi dal vivo. Il 12” comprende tre tracce (più due remix di Seth Troxler e Kasper) che contengono la polpa del sound che Jaar coltiverà negli anni successivi: la traccia omonima mescola folktronica e Cage, ritmiche “fatte a mano” e brevi narrazioni per fraseggi al piano che sembrano riportare agli albori di una scena indietronica a cavallo tra Islanda, Four Tet e Mille Plateaux. Lo stesso brano, nella versione Hairstyle sfrutta una drum machine, cassa in 4/4 e una minimale effettistica che ne riorganizza le coordinate su binari dance, senza rinunciare a stop and go, riprese e sonnolenti crescendo dove “organico” e “sintetico” si uniscono o avvicendano.

E’ questo il doppio binario su cui Jaar intende muoversi e ciò che succede nei 36 minuti di streaming del suo primo live al Marcy Hotel del 15 maggio 2008. In Hage Chahine, altro brano inedito presente in scaletta nel citato EP, si aggiunge all’intingolo uno sguardo etnico à la Thievery Corporation per capirci, ma da un’angolazione decisamente più DIY. Da queste coordinate prende vita anche la collaborazione con il musicista e cantante etiope di stanza a Parigi Soul Keita, spirito affine a Jaar per via di un sound fatto di dinoccolato jazz, smalti meticci e pimpanti percussioni. Nei 2 volumi della Democracy EP:New Friends dell’anno successivo troviamo una Democracy, I Was Thirsty dove ad essere esplorato è un formato canzone à la Leonard Cohen (in versione dilatata ed etnica), mentre, all’opposto, in Para(sol) va in scena un montante deep-house dagli accenti molto folky (leggi il sopracitato “fatto a mano”) anche grazie alla strumentazione africana di Keita. Di fatto, in Democracy c’è spazio per tutto ciò che il ragazzo dal sangue misto ha in mente per la sua musica: una dimensione altra, una sountrack senza bisogno del film dove spazio e tempo, passato e presente, Occidente, America Latina e Africa, si fondono e confondono. Il lato club, almeno in questa prima fase, non viene mai abbandonato, e in questo senso il remix dell’altro astro nascente della dance music Seth Troxler darà un ottimo spunto produttivo a Jaar conferendo a Student un sound molto vicino a Villalobos, ovvero tirando in ballo una produzione minimal techno per spezie deep e una progressione potenzialmente infinita. Sempre sotto l’ombrello Wolf+Lamb, ovvero la label gestita dal solo Gadi Mizrahi, Double Standard Records, esce l’anno successivo Love You Gotta Lose Again EP. E’ il 2010 e la produzione di Jaar si è fatta più strutturata. Vengono approfonditi i confini tra beat, pop, r’n’b e jazz, in pratica una possibile risposta dal lato newyorchese al nuovo fermento indie-elettronico britannico (in quell’anno escono Crooks & Lovers di Mount Kimbie e Klavierwerke EP di James Blake). Sempre quell’anno altre produzioni più che buone contribuiscono a mettere sulla mappa il producer: Time For Us, Russian Dolls e Marks/Angles. Time For Us è da subito un instant classic e una pietra d’angolo nella produzione del Nostro: una tastiera umorale e marittima ambient house introduce un giro angolato di basso, e la voce nel mix, dello stesso Jaar, è messa al servizio di strofe dalla tonalità “ribassata” in tipico stile house ma giocate con il piglio dolente del blues. Sempre da queste parti, l’altro grosso tema che sarà portato avanti in futuro è quello dei ralenti: a un certo punto la traccia perde giri e riprende più lenta, per poi trascinarsi alla conclusione con pacata fierezza. L’altro strike dello stesso singolo è Mi Mujer, altro pezzo ritmato ottenuto campionando un refrain per strumento a corda africano, percussioni a puntellare i fianchi e bassone avvolgente sullo sfondo.

È una modalità questa che SBTRKT porterà a concept, con un certo sarcasmo di quest’ultimo nei confronti di Jamie XX reo, a suo avviso, di aver preso troppi spunti dalle sue idee di Africa re-immaginata secondo coordinate r’n’b e dance UK. Jaar dal canto suo non teme critiche: il suo approccio, e lo si vede anche in Russian Dolls, è costantemente strattonato a quattro lati del globo: il brano gioca di sponda tra l’incedere binario delle tradizionali danze folk est europee e quello più sensuale del tango, su uno sfondo di una meditabonda deep che acquista brio sul finale. Lungo queste coordinate prendono piede anche i brani dell’EP Marks e Angles, che mostrano nuovi smalti del crooning (un po’ à la Elvis Presley) di Jaar, in bilico tra il serio e il faceto.

Sempre nel 2010 il producer inizia ad essere richiesto anche nei remix, e la sua fama in questo campo crescerà di pari passo con la sua carriera: gli Azari & III gli commissionano Into The Night, Matthew Dear You Put A Smell On Me e Ellen Allien Flashy Flashy. Lo spirito con il quale sono concepiti questi lavori è quello di restituire una vena agrodolce e sensibile alle tracce originali, applicar loro un trattamento blue wave per dirla à la Jaar; dello stesso anno anche il rework di Billie Jean di Michael Jackson.

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Space Is Only Noise

Nel gennaio 2011 esce Space Is Only Noise, l’album lungo di Nicolas Jaar, un passo necessario per far conoscere il producer/musicista a un pubblico decisamente più ampio, quello che generalmente non acquista singoli ed EP su etichette dance. La mossa del resto è decisiva anche in vista del tour: il Nostro propone dal vivo un doppio set che comprende un live in solitaria per i club (lui non mixa e non fa djing) e uno accompagnato da una live band. Il disco, del resto, si presta perfettamente ad integrare ed esplorare tutte le influenze e gli ambienti che il newyorchese ha indagato fino a quel punto. L’etichetta non è scontata, ed è la francese Circus Company (quella di Nôze, Ark, Oleg Poliakov, DJ Koze e molti altri), altra realtà per producer leftfield che si muovono dentro e fuori l’universo dance: in questo contesto apolide, Jaar è a casa sua in tutti i sensi, a partire dalle fascinazioni francesi che attraversano la tracklist. L’album, del resto, inizia ambientale come se parlassimo di una sonorizzazione di un vecchio film (Etre), poi emerge un lato pop tra le pieghe dell’r’n’b, o meglio una narrativa melodica che conserva un proverbiale tocco di blue note (Colomb) e si estende anche alla musica da camera dell’est (Too Many Kids Finding Rain In The Dust) come al desert rock.

«Space Is Only Noise è un prodotto rarefatto che reinventa i Thievery Corporation ricollocandoli in una tela d’orologi molli»

L’abilità di Jaar consiste nel mantenere una personale impronta umorale lungo tutto il lavoro riuscendo, nel contempo, a circuitare suggestioni che vanno dal folk al jazz etiope, dal pop alla psichedelia, spezie che vengono poi calate e nelle notti infinite e nelle tecniche di produzione del connazionale – sul lato cileno – Ricardo Villalobos andando così a formare un nuovo forte statement ambient house a circa 20 anni di distanza dalle prime produzioni degli Orb. «Space Is Only Noise è un prodotto rarefatto che reinventa i Thievery Corporation ricollocandoli in una tela d’orologi molli», scrivevamo in sede di recensione all’uscita del disco, e da questo punto in poi la carriera di Jaar spicca il volo. La tournée, specie quella in versione live band, è un successo, mentre alcune resistenze incontrate rispetto alla scelta di suonare sotto i 110bpm restituiscono al producer, già nel medio periodo, ancora più credito e fama presso i circuiti mediatici, booking e festivalieri.

Darkside | Daftside

A febbraio 2012, Jaar è già oltre il tradizione discorso del live e al MoMA PS1, ad un evento organizzato da Pitchfork, presenta la performance multimediale From Scratch, un progetto nato per mano della sua Clown & Sunset Aesthetics, una casa di produzione artistica che vede coinvolto anche il produttore cinematografico Noah Kraft che va così ad affiancarsi all’etichetta Clown & Sunset. From Scratch consiste in uno spettacolo di ben 5 ore che prevede installazioni video “rotanti”, danza e una parte d’improvvisazione musicale nella forma di live jam che vede coinvolti Will Epstein, Sasha Spielberg e Dave Harrington; ed è proprio con quest’ultimo che, durante la tournée dell’album d’esordio nel 2011 nasce il nuovo progetto Darkside, una modalità alternativa d’esplorare la live jam da un’angolazione psichedelico-chitarristica su basi blues che darà vita già quell’anno, sulla Clown And Sunset, a un EP omonimo.

Discograficamente, questo è anche il periodo in cui Jaar si concentra sull’etichetta: nel 2012 viene pubblicato un curioso oggetto a forma cubica che permette di suonare Don’t Break My Love, il sampler della label con lavori editi e inediti anche dello stesso Jaar. Il titolo proviene da un ottimo brano omonimo che Jaar ha pubblicato qualche mese prima (novembre 2011) e caratterizzato da mix di tepore melodico e grande dettaglio concreto che ricorda da vicino le sperimentazioni a cavallo tra 90s e 00s di Múm e le produzioni Touch e la citata Mille Plateaux. Altro segno della popolarità che Jaar ha raggiunto si ritrovano nell’essential mix commissionato da BBC Radio 1 (dove il newyorchese propone un po’ di tutto, da Jay-Z ad Aphex Twin passando per Marvin Gaye e Bill Callahan), l’immancabile set proposto alla Boiler Room e il remix di Cherokee, brano firmato da Cat Power proveniente dal suo ritorno discografico, Sun. Anche in questo caso la canzone ricevere il “consueto” trattamento Jaar: in particolare, il producer prende la parte vocale del brano calandola in un’atmosfera notturna e spaziale per organetto e synth al confine con la drone music.

A giugno 2013 arriva un’altra mossa laterale ed inaspettata: il duo attivato con Harrington si cimenta in un remix album del Random Access Memories dei Daft Punk pubblicato giusto il mese precedente. Il remix, chiamato Daftside, e condiviso gratuitamente via Soundcloud, è di fatto un re-work dell’album suonato secondo le coordinate jammate del duo. Del resto queste sono le prove generali di una prova sulla lunga distanza che non tarderà ad arrivare.

Pubblicato ad ottobre 2013, Psychic «punta su un intorno 70s-80s allentando le maglie tra blues e funk e calandoci sopra una fumata di psichedelie progadeliche, sporadici falsetti funky e un senso di viaggio cosmico che sta nei pensieri di Jaar almeno fin dall’album solista», affermiamo in sede di recensione, e naturalmente alla pubblicazione del disco segue una fitta serie di applaudite date live.

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Other People Work

Nel frattempo il producer/musicista, inaugura alcuni nuovi dance alias, tra cui A.A.L., che sono un modo per continuare sul filone più ritmato e basico della sua produzione elettronica, esplorando da questa angolazione nuovi risvolti deep e ambient senza porsi troppi limiti di durata e formato. È un modo per jammare, esplorare in librertà o anche dedicarsi a un sano cazzeggio al riparo dalle pressioni a cui sarebbe sottoposto pubblicando con il proprio nome, come è lampante ascoltando le produzioni digitali del 2013 e 2014 (l’omonimo esordio e Stand Up / So Far). Diverso il discorso nell’unica pubblicazione vinilica, il singolo You Are The One e traccia stand-alone che esplora con maggiore fuoco e compiutezza il terreno d’intersezione tra ghetto house e la piano house a cui siamo maggiormente abituati ad associarlo, tra strette reiterazioni di campioni vocali (presi da Somebody’s else’s guy di Jocelyn Bown), scalcianti kick alla 808 e tocchi funky sul finale.

Tutto questo, assieme al lavoro di altri artisti e producer (tra cui il nostro Vaghe Stelle, 12z, Inlensk e altri), viene distribuito attraverso una nuova e personale label da lui stesso curata, Other People, una “serial label” che previa sottoscrizione a pagamento permette di scaricare tutte le nuove uscite e l’intero catalogo. Anche la nuova etichetta sforna una compilation celebrativa, Work, che viene pubblicata ad agosto 2014 e contiene lavori di Jaar e degli amici Soul Keita e Dave Harrington, oltre a Visuals e Ancient Astronaut (interessante il vs con Jelinek intitolato B2). Quasi contemporaneamente alla pubblicazione del lavoro, che contiene due inediti del duo ovvero Gone Too Soon e What They Say, Jaar decide di sciogliere il progetto Darkside twittando testualmente: «coming to an end, for now». Seguirà qualche mese più tardi la release di un concert film curato da La Blogothèque Télénantes in associazione con ARTE France e intitolato Psychic Live, testimonianza che cattura una performance live registrata a Nantes, in Francia. Del resto questi sono mesi frenetici per Jaar.

Tra il 2014 e il 2015 la sua attività non potrebbe essere più intensa e sfaccettata: da un lato, nelle vesti di label manager, è impegnato con l’etichetta, dall’altro, in quelle di musicista, attiva un nuovo progetto, questa volta dal taglio dream pop e assieme alla figlia di Spielberg, Sasha, chiamato Just Friends (condividendo prima la cover della Avalanche di Leonard Cohen e poi il brano inedito Don’t Tell Me), per poi diventare producer per il veterano di house e juke Dj Slugo nella traccia Ghetto, remixer con i Darkside in Digital Witness di St. Vincent, ma anche selector nel mix di un’ora dedicato a John Lennon intitolato Our World, nonché intervistatore d’eccezione (chiede ad Aphex Twin se ha mai sentito fantasmi o spiriti che lo guidano nel fare musica e intervista per conto di The Fader, André 3000) e compositore di una serie di soundtrack. Sotto quest’ultimo profilo, cura (ma in un secondo momento abbandona) la colonna sonora del telefilm The Returned, scrive le musiche del nuovo film di Jacques Audiard Dheepan e quelle, con la collaborazione di Brian Jackson, per un corto diretto da Samantha Casolari intitolato Eleven Times, ispirato all’uccisione da parte delle forze dell’ordine di Michael Brown e Eric Garner; non ultimo, all’inizio del 2015 s’innamora del film del 1969 The Color of Pomegranates del regista russo Sergei Parajanov e presenta a sorpresa una colonna sonora alternativa, accompagnata dallo streaming del film via YouTube, durante la notte degli Oscar (febbraio 2015). Proprio da quella colonna sonora e da stralci di collaborazioni avvenute negli ultimi mesi (quella con Slugo) e progetti non completati (la colonna sonora di The Returned) nasce Pomegranates, un album condiviso gratuitamente tramite i profili social ufficiali che Jaar considera a tutti gli effetti la sua seconda prova sulla lunga distanza.

«Avrei voluto fare qualche sonorizzazione ma il tipo che detiene i diritti del film vuole che lo si rappresenti soltanto in versione originale, e non lo biasimo», afferma nella press release. «Sono sicuro che Paradjanov non avrebbe gradito che un ragazzo di New York trafficasse col suo capolavoro…[Ho sentito l’album] un paio di volte senza guardare il film e penso che stia bene anche da solo. O perlomeno lo spero».

Il disco, che esce a cavallo di una serie di 12” Nymphs che segna il ritorno in solo di Jaar dopo quattro anni, rappresenta una nuova immersione nel mondo inafferrabile e immaginifico di Jaar. Di acqua sotto i ponti dall’esordio ne è passata, ed anche se a prevalere ora sono gli aspetti compositivi extra dance, le tecniche produttive legate alla techno non sono state del tutto abbandonate. «Non è sempre estasi e abbandono, nell’ora e 16 minuti di durata del disco», scriviamo in sede di recensione, «ma il newyorchese risulta comunque piuttosto abile nello scivolare da uno scenario all’altro», da una suggestione avant classica a una più tipicamente pop, da brani basati su ritmiche che ricordano i Mouse On Mars a suggestioni più astratte e minimali. Al solito per Jaar, dato un contesto o un pretesto all’interno del quale creare, tutto sembra configurarsi attorno ad uno psicheldelico senso di magia, più che mai in questo lavoro ritorna per il musicista la lezione del padre e il senso della scoperta nell’arte.

«Mio padre, prima ancora di essere un artista, da giovane era un illusionista. Il mio primo contatto con il mondo dell’arte è stato con la magia, con i giochi di prestigio» (Artribune 2013).

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Sirens

Un legame, quello paterno, che torna, un anno più tardi, ancor più esplicito e profondo nell’album Sirens, lavoro annunciato a sorpresa a settembre 2016 dopo che il musicista aveva trasmesso all’interno di un radio network – attivato ad hoc sul sito dell’etichetta personale Other People – uno streaming di ben sei ore contenente musica edita ed estratti di nuove composizioni. Nonostante il titolo, il disco è buio come la notte e non contempla né marinai né acqua; al loro posto una terra persa nel tempo e nella memoria che vede alternarsi momenti elettroacustici tra sequenze di piano impolverato à la James Blake e dettagli concreti e haunted di marca Burial, ad episodi più strutturati e “pop” dove il musicista esplora i 50s in un’ottica universale e graffittara, percorrendo le strade perdute di David Lynch o incontrando gli eroi rockabilly amati da Alan Vega e Martin Rev. Il lavoro è inoltre attraversato da un invisibile fil rouge politico: Jaar ricostruisce alcuni fatti cruciali della storia cilena in un disco che rappresenta il calco del ricordo di quei momenti rivissuti attraverso conversazioni astratte e immaginarie con il padre e rigorosamente in spagnolo, chiacchiere che si perdono nell’infanzia del musicista, acquistando un alone di finzione, e che diventano anche surreali come in un romanzo di Gabriel García Márquez. Da qui la sensazione, notavamo in sede di recensione, di un album terrestre, di terra natia, ma anche di terra universale, dove tutto ciò che accade, accade all’aperto, dentro qualche casa e poi di nuovo nei cortili, e da lì oltre le staccionate verso l’oscurità, verso una mistica che è poi la meta di un disco che scivola di mano, dalle orecchie, come per magia.

A circa un anno dalla sua pubblicazione viene pubblicata una particolare deluxe edition del disco con tre inediti a infilarsi tra gli esistenti brani e a ampliarne l’orizzonte e l’immaginario. Tra questi un posto centrale è occupato da Coin In Nine Hands, un crescendo chiaroscurale di circa otto minuti accompagnato dalla voce narrante dello stesso Jaar e costruito su scuri beat Hip Hop / House asserragliati prima su un’effettistica industrial e poi adagiati su un brumoso groove che si dischiude nel finale. In chiusura (dopo quella History Lesson con la quale si chiudeva in precedenza il disco) trova posto la bianchissima America! I’m For The Birds, un delicato soul diluito in una pastella di psichedeliche dolcezze.

This old house

«E’ sempre divertente quando nelle notizie leggi qualcosa del tipo “il primo lavoro di Nicolas Jaar in tre anni”, di fatto pubblico il mio lavoro sotto differenti nomi» (Crack Magazine)

Dopo mesi trascorsi a tirare un po’ il fiato, ovvero un biennio 2016-2017 che segna l’abbandono dell’attività di remixer e mostra un progressivo rallentamento dell’attività sul lato della Other People, per quest’ultima agli inizi del 2018 esce a sorpresa un album a nome A.A.L. Della pubblicazione inizialmente nessuno si accorge (sarà Pitchfork a lanciare la notizia sottolineando proprio questo fatto), e come sta a indicare il titolo – un lasso temporale 2012-2017 – parrebbe una compilation riassunto dell’alias di cui si conoscevano i (pochi) movimenti dal 2014. Eppure, differentemente da quanto ci si aspetterebbe, il disco non contiene nemmeno uno dei brani precedentemente pubblicati sotto quest’alias e dunque l’uscita di fatto rappresenta un lavoro d’inediti che l’ascolto non fa che confermare.

Compattezza di visione e produzione senza salti di volume e con un fuoco ben piazzato su ritmi e groove vanno nella direzione di un lavoro pensato come un album, o come una coerente collezione di tracce. Una familiare other side del Jaar degli esordi iniettata di un’anima deep coltivata nell’ultimo lustro, ballabile eppure a finestre spalancate sul mondo, lontano dalle metropoli e dalle città affollate. In tracklist nessun lampo di genio o particolari novità, ma spicca la finale Rave on U e da segnalare c’è il solito (sapiente) trafficare con campioni anni ’70 tra disco, soul e r’n’b messo al servizio di ariose produzioni house tese su una lasca corda techno e trattate alla bisogna con filtri e tecniche french touch (Some Kind Of Game), risvolti di quelle su estetiche blacksploitation e in generale dinoccolato funky (l’opener This Old House Is All I Have, Know You), heart and soul dalle parti del Moby ultima maniera (Cityfade), fino a lineari progressioni idm-britannico-nordiche verso la fine a rientrare nella produzione più assimilabile al giro “post-dubstep” di inizio 10s (Flash In The Pan, You Are Going To Love Me And Scream). Tutte cose che di fatto i fan di Jaar conoscono bene, pure quelli (e non sono pochi) che non hanno mai sentito parlare di A.A.L. fino ad ora e che non sanno che è anche un discreto prodigio nel fiutare e manipolare scientificamente il frammento, proprio come un buon discepolo di J Dilla (vedi il frammento della Doin’ Roght di Mike James Kirkland in This Old House Is All I Have, quello della I Am God di Kanye West in Such a Bad Way e qualcosa dello stesso compianto producer in I Never Dream). Del resto Against All Logic è il Jaar che continua lungo le direttrici esplorative di quel live al Marcy Hotel che ormai porta la data del 2008. Giusto 10 anni fa.

2020

Tra il 2018 e il 2019 l’attività di Jaar è prevalentemente dedicata alla cura della label, alla co-produzione dell’album di FKA Twigs, ad installazioni artistiche (di cui diremo più avanti) a progetti live. Tra quest’ultimi da segnalare c’è una “mercuriale” partecipazione ad uno degli appuntamenti targati Club To Club 2019 per una serata celebrativa della sua Other People. Sul palco salirà accompagnato da un ensemble particolare composto dal sassofonista norvegese Mette Henriette (ECM), dalla percussionista italiana Valentina Magaletti – che suonerà nuovi strumenti creati a Torino da Anna Ippolito e Marzio Zorio – ma anche da Hamlet Nazaretyan, Ivane Mkirtichyan e Johan Lindvall. Mentre per quanto riguarda i protagonisti dell’etichetta onstage si esibiscono Pierre Bastien & Tomaga che proporranno dal vivo Bandiera Di Carta, un disco a cavallo tra jazz e sperimentazione (leggi: Francis Bebey, Muslimgauze, Catherine Christer Hennix, Carl Stone ed Egisto Macchi) e Patrick Higgins che presenta Dossier, lavoro strumentale/ambientale dai toni glitch-apocalittici per chitarra ed effetti. Il live al C2C non esurirà la vena performantiva di Jaar che verso la fine dell’anno, al Le Guess Who?, presenterà accompagnato dal solo Higgins AEAEA, un progetto che sulla carta intende stravolgere le regole della musica rituale e della sperimentazione elettroacustica attraverso un sostenuto palleggio di campionamenti tra i due musicisti.

Tempo un mese e Jaar condivide via NTS 50 minuti di materiale inedito a nome A.A.L (Agains All Logic) che verranno poi riversati su Soundcloud. E quasi in contemporanea viene annunciato Illusions of Shameless Abundance, un nuovo EP che vede le collaborazioni di Lydia Lunch ed FKA twigs muovendosi tra rasoiate electro-post-punk (la title track) e più ritmate bordature r’n’b screziate da effettistica industrial e solidi live drumming (Alucinao). Si viene a sapere soltanto quanlche tempo dopo che il 12” è l’antipasto di un album targato A.A.L vero e proprio, che anche in questo caso verrà titolato con un lasso temporale 2017 – 2019. E sempre a proposito di dichiarazioni per spizzichi e bocconi, quando verrà pubblicato quel disco si saprà che Jaar pubblicherà anche l’atteso successore di Sirens.

Ma andiamo con ordine. E. poniamoci innanzitutto la più retorica delle domande: arrivati a questo punto quanti Nicolas Jaar esistono? In una decina d’anni il musicista e producer cileno si è rivelato essere uno, nessuno e centomila. Il suo percorso artistico è andato di pari passo – e spesso ha influenzato – l’evoluzione della musica elettronica del decennio conclusosi recentemente, accompagnando, nel contempo, il vissuto personale di molti di noi. A distanza di due anni da 2012 – 2017, Jaar rispolvera il suo moniker più votato al dancefloor, iniettandolo di una irrequietezza e aggressività distanti anni luce dal piglio morbido e confortevole del primo capitolo della saga A.A.L.

2017-2019 è una sorta di diario di bordo degli ultimi 2 anni del cileno. Bastano pochi secondi di Fantasy e Jaar ci accoglie con una dichiarazione di intenti a base di un sample di Beyoncé e Sean Paul (Baby boy, dall’album di debutto della signora Carter), e un beat distorto e singhiozzante, quasi una trasmissione radio con interferenze. È il 2003 che riemerge mutilato e saccheggiato, sulla scia della ‘deconstructed club’ e della caccia ai sample pop di inizio millennio. Da lì in poi è tutto un viaggio nel club immaginario di Jaar: un club sporco e dai contorni ruvidi, in cui i generi di riferimento variano più che in passato – la soulful house al rallentatore di If loving you is wrong, la simil-drum’n’bass puntellata di percussioni latineggianti e sampling di scuola hip hop di With an addict, ma anche l’EBM contaminata col breakbeat e impreziosita dal mantra ripetuto di Lydia Lunch in If you can’t do it good, do it hard, senza dimenticare le tracce nella mai rinnegata cassa dritta.

Certo, l’estro sampledelico non manca, pur senza essere dominante come in 2012 – 2017, ma ciò che colpisce di più è l’urgenza comunicativa. C’è varietà ritmica, ma sempre nel segno di una ruvidezza e un approccio alla materia sonora che evoca il modus operandi di etichette come L.I.E.S. e L.A. Club Resource piuttosto che la discografia passata di Jaar. Se l’impianto generale è quello dance, è altresì vero che abbandono estatico ed euforia sono qui rimpiazzate da una certa malinconia (nelle melodie) e da emozioni negative processate e rese palpabili attraverso le texture sonore sempre grezze (ma dal sound design curatissimo). E alle orecchie più attente non sarà sfuggito che l’album suona in modo continuo, quasi fosse un mix catturato in presa diretta dal party-non-party allestito dal Nostro. 2017-2019 fluttua in quella zona grigia – già esplorata, per carità – sempre in bilico fra escapismo e paranoia, groove e atmosfera.

Ad ascolto concluso resta la sensazione di aver a che fare con un album spiazzante realizzato da un artista a tutto tondo, abile nel rinnovarsi costantemente e capace di infondere del suo in ogni cosa tocchi. Resta la consapevolezza di essere di fronte ad uno degli artisti più importanti del decennio appena concluso, uno di quelli (insieme ai vari Four TetCaribouModeratBonobo) che ha contribuito maggiormente allo sdoganamento della musica elettronica, sovrapposta a più livelli con quello che è il mainsteam tout court ma senza mai perdere credibilità artistica. Insomma, pur non inventando niente di radicalmente nuovo, con questo 2017 – 2019 Nicolas Jaar dimostra ancora una volta la sua poliedricità, e si conferma re mida della musica elettronica (e non solo).

Il suono della cenere

Per meglio approcciarci a Cenizas, ultima prova sul lungo formato del cileno, ci concediamo un breve detour dall’universo discografico. È fondamentale sottolineare che negli anni Jaar non ha posto freni al suo multiforme ingegno e, non pago di rimescolare continuamente le carte in tavola sul fronte musicale, ha seguito le orme paterne addentrandosi sempre più nel mondo dell’arte contemporanea all’interno di cornici quali festival e residenze, in cui propone opere di sound art e dialoga attivamente con artisti locali.

È questo un lato della sua attività artistica impossibile da svincolare da quello assai più noto che lo vede ricoprire i panni del producer musicale strictu sensu. Per Jaar non c’è sostanziale differenza tra il suo output sul mercato discografico e le installazioni o sonorizzazioni che circolano in altri circuiti. Tutto si collega ed è animato dalle stesse domande e ricerche sulle qualità materiche, i sottesi culturali e i risvolti sociali, finanche politici, del suono:

«Considero musica tutto il lavoro che faccio. Che si tratti di un contesto artistico architettonico o di un club o un concerto, mi piace vedere come termini musicali quali polifonia, armonia, eco, distorsione e risonanza diventino parecchio schizofrenici»

La primavera-estate del 2019 vede Jaar realizzare installazioni audio in una torre medievale a Spoleto e in un centro per la ricerca artistica a Betlemme, ma anche 9 Hours, un’improvvisazione di 9 ore nella Oude Kerk di Amsterdam. A giugno propone ¡miércoles!, progetto nato dalla collaborazione con la coreografa, artista e ballerina Stéphanie Janaina, al Sarāb festival in Giordania (dopo averlo presentato in ottobre al Roma Europa Festival). Il rapporto con l’Olanda è particolarmente proficuo per il cileno: a settembre comincia una residenza di tre mesi nel nuovo spazio polifunzionale dedicato alle arti het HEM, una ex fabbrica di munizioni per l’esercito situata a Zaandam, a pochi chilometri dal centro di Amsterdam. Nell’ambito della sua residenza collabora con lo Shock Forest Group, collettivo di 12 ricercatori provenienti da vari ambiti disciplinari, con i quali investiga suoni, storia e storie legate al passato militare della zona in cui sorge l’het HEM. Sempre all’interno dello stesso programma realizza Angelus Exul, opera cinematografica in cui con il regista Rolando Hernandez indaga il mistero del sempre attuale Angelus Novus di Paul Klee (già celebre oggetto di studio e ammirazione da parte di Walter Benjamin). Il tunnel sotterraneo della struttura, lungo 200 metri, accoglie invece Incomprehensible sun, installazione di luce e suono. Sempre nell’ambito della residenza a Zaandam, in occasione dell’ADE Jaar realizza “Retaining the energy but losing the image, installazione realizzata a quattro mani con Vincent de Belleval e incentrata sulla comune caratteristica della luce e del suono di mantenere la propria energia riflessa e propagata nell’ambiente pur perdendosi alla fonte originaria. La proprietà del suono di diffondersi è al centro del lavoro presentato in occasione della prima Triennale di Architettura di Sharjah (Emirati Arabi Uniti), dove a novembre Jaar ha sotterrato 16 casse, circolarmente, circondando il pubblico nel sito archeologico di Mleiha Fort. L’audio proveniente dalle casse – una composizione di un’ora e un quarto dello stesso Jaar – risulta quindi affetto dalla presenza della terra, che ne altera la resa spingendo l’audience a interrogarsi sul rapporto tra suono, ambiente e condizioni di fruizione.

Questo excursus su Nicolas Jaar il sound artist ci riporta ai primi mesi del 2020 e al ritorno sulle scene di Nicolas Jaar il musicista e producer. Se da un lato, come abbiamo visto, il moniker A.A.L. risponde ad un’esigenza – più che comprensibile – di maggiore immediatezza e superficialità – intendendo con questo termine non una qualsivoglia frivolezza ma la possibilità di una ricezione e comprensione del messaggio che si dà in superficie, nell’immediatezza dell’ascolto – d’altro canto è nell’ultima fatica a proprio nome che il substrato di sound art e indagine sul suono occupa una posizione mai così rilevante. Cenizas è il contraltare ideale di 2017-2019, dove all’esuberante vigore del primo succede un lavoro che opera per sottrazioni e velature, e che necessita di ascolti ripetuti e immersivi per essere colto nella sua sobria magnificenza.

Mettiamolo subito in chiaro: Cenizas non è un album facile né immediato. Già in Sirens e soprattutto in Pomegranates era in corso quel processo di allontanamento dagli schemi houseggianti degli esordi, che qui raggiunge l’acme. Laddove molti aggiungono, Jaar toglie. Mette a nudo sé stesso spogliando il suo suono. Frutto di un periodo di isolamento e detox, realizzato durante una quarantena autoimposta in qualche luogo imprecisato dall’altra parte del mondo, Cenizas nasce nel tentativo di esorcizzare umori negativi e dall’impossibilità comporre musica positiva: «The more I tried to get away from negativity, the more it kept piling up in a dark room, but as shards of sound». E allora ecco che il cileno ci regala le “ceneri” (Cenizas in spagnolo) del suo travaglio.

È un album impregnato di sofferenza, che trasuda da ogni nota, ogni suono concreto, elettronico, ogni effetto, ogni strumento suonato. Jaar cita John Coltrane come una delle maggiori influenze dietro questo lavoro. E come il Coltrane più virtuoso e spirituale, così Jaar assembla un album che sa di catarsi e aspira alla trascendenza emotiva. Basta leggere i nomi dei brani per farsi un’idea dello stato mentale in cui il Nostro si muove e ci invita: ci sono svanimenti (Vanish), ceneri (la title track), vuoti (Vacíar), separazioni (Sunder), macerie (Rubble). «Hopefully Cenizas only shows darkness so as to show a path out of it. I want this music to heal and help in thinking through difficult questions about one’s self, and one’s relationship to the state of things».

Cenizas è ad un tempo diario sonoro di un percorso personale e di uno artistico: dal profano al sacro, dal club alla chiesa, intesa questa come costruzione architettonica e mentale, spazio sacro votato al rito, alla riflessione e all’abbandono. Bastano i primi, ipnotici, secondi di Vanish per entrare nel mood: apertura con organo che ci catapulta senza mezze misure in una dimensione sacrale e ritualistica, mentre il cantautorato spettrale della title track è un requiem per l’uomo e il mondo contemporaneo. Mud è una processione psichedelica al rallentatore, Menysid è un inno alla malinconia in equilibiro fra musica concrète, ambient e sacra. AgostoVacíar Rubble affidano la loro spettralità a fiati sottovuoti e viraggi jazz onirici a la Jon Hassell. Altrove aleggiano sentori modern classical (Garden), squarci di esotismo (Gocce Xerox), sconfinamenti al limite della musica sacra (Hello, Chain), e in chiusura si intravede il dancefloor con Faith made of silk.

È così che suona Cenizas. Spirituale e ritualistico. È lento. È immersivo. È buio. È un grido sommesso. È un rituale purificatorio. È un album solenne e ieratico, una cattedrale fatta di antimateria per un viaggio sola andata nei recessi della propria memoria. Con Cenizas, Nicolas Jaar si libra in una danza sommessa in punta di piedi sulle ceneri di sé e del mondo, un valzer dove personale e collettivo si con-fondono. Musica per drammi silenziosi consumati, rievocati, e sublimati in quell’unico spazio che neanche la quarantena può tenere sotto controllo: la propria mente.

Al di là dei veli

Passano solo quattro mesi da Cenizas e Jaar pubblica Telas (“veli”), che raccoglie musica composta fra dicembre 2016 e gennaio 2020. Diventa così inevitabile pensare al 2020 come all’anno in cui Nicolas Jaar si è definitivamente imposto come uno degli artisti più importanti dei nostri tempi, scrollandosi di dosso l’immagine dell’enfant prodige della deep house lenta e latineggiante con cui ha raggiunto la fama agli inizi degli anni ‘10. Se è vero che nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma, col senno di poi diventa lecito ravvisare già nel Jaar del 2009-2011 il preludio al Jaar di oggi, giunto al culmine (o forse no?) del proprio percorso verso l’astrazione e l’affrancamento da stilemi calcificati.

Cos’è questo Telas? «Multiple things at once», dichiara lui stesso in una nota sul suo sito. Una moltitudine di generi e tradizioni musicali, innanzitutto. Dallo sperimentalismo di scuola concreta al droning e ai tappeti ambientali, schegge glitch al confine col rumorismo, frammenti che potrebbero appartenere al folklore così come essere stati concepiti nel “Jaarverso”, una sorta di fourth world astratto e fatto levitare in assenza di gravità, il genio e l’aura mistica di John Cage e Sun Ra che vanno a braccetto. Telas è anche una moltitudine di stati e forme: non solo è l’ultimo album del Nostro, ma è anche un’entità visuale (a cura dell’artista Somnath Bhatt) e digitale, nella fattispecie un sito creato da Abeera Kamran in cui fare esperienza delle matrici sonore e visive di Telas nel loro stato primordiale ed in cui «no matter – whether existing in thought, physical form or other – has a solid or unmovable origin». Non ci sono solidità inamovibili neanche nelle quattro tracce confluite nell’album, ma una stratificazione di flussi sonori.

Cercare di circoscrivere frammenti di Telas è sforzo vano e controproducente. L’album si compone di quattro brani free-form che si attestano sui 15 minuti circa ciascuno, a orchestrare una lunga suite in cui viene meno la necessità di individuare e isolare singoli episodi salienti, ma anche di scandire sequenze e logiche causali. Le quattro tracce si presentano come un’unica entità, un movimento lento e perpetuo che dà l’idea di staticità, ma in cui le orecchie attente scorgeranno il susseguirsi di una miriade di (micro) eventi.

Sofisticato e complesso, ma allo stesso tempo ancestrale e universale, Telas comincia con un free jazz turbolento, si placa, per poi dipanarsi solenne e ieratico fra droning dal profumo di mediterraneo, suggestioni neoclassiche, inserti concreti, vuoti su cui si stagliano strumenti a corda e note di piano che si fanno muti aedi di un dolore e un’umanità tutta terrena, radicata nell’hic et nunc e lontana dalle mire escapiste cui ci aveva – mirabilmente – abituato. Sussurri, caroselli acusmatici in cui si avvicendano elettroacustica e glitch, sporadiche melodie, echi di minimalismo, sentori di strade assolate e taverne che si alternano a quelle di un’elettronica rarefatta, cerebrale, austera ma mai fredda e glaciale come certi sperimentalismi votati al rigore estremo.

Oltre che uno splendido album, Telas è il (secondo) testamento artistico di Nicolas Jaar in questo 2020. È il testamento di un artista camaleontico, irrequieto, costantemente alla ricerca di nuove soluzioni espressive per dar forma al suo personalissimo linguaggio. Come per molti grandi artisti, la sua è una ricerca volta a sondare i limiti del dicibile e del musicabile, e valicarli con quella nonchalance che riveste di grazia e leggiadria le difficoltà e le insidie – e chissà, magari anche i fallimenti – disseminate sul percorso tortuoso che conduce all’epifania artistica.

 

I contributi su 2017 – 2019, Cenizas e Telas sono a cura di Lorenzo Montefinese

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