• Lug
    01
    2001

Album

XL

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Il terzo disco di questo singolare (!) duo da Detroit raggiunse le nostre latitudini circondato da una sfrigolante nuvoletta di hype. Mi ci avvicinai con la ormai consueta diffidenza, però all’assaggio mi sembrò subito quel che mi sembra ora: divertente. Senza amore, solo sesso, se così è lecito dire. O, meglio ancora, con tutto l’amore nascosto dietro il ludibrio del sesso, come è bello e giusto che sia. Urgente e ruvido quindi, ruffiano e insidioso, torrido come il blues, crepitante come certo garage-punk, sapido e roots come la corteccia di tanto rockeggiare più passato che presente (ahinoi). Sbocciano tra le tracce riferimenti ai Sonic Youth più canzonettari, l’utilizzo delle voci rivanga quelle maledette e scanzonate di Gordon Gano e del primo Wayne Coyne (obliqua irridenza sul rovello dell’anima), i riff di polvere e ghiaccio (bollente) chiamano all’appello la PJ Harvey più torrida e i Dinosaur Jr. più asciutti, quantomeno nell’attitudine.

All’epoca i due si spacciavano per fratello e sorella, però seminando striscianti dubbi para-incestuosi: non che me ne fregasse qualcosa allora, mentre oggi, che vi devo dire, anche meno. Di significativo c’era invece che Jack (voce, chitarra, organo e piano) e Meg White (batteria e cori) facevano quel che dovevano, il giusto casino, un po’ di cuore, un pizzico di genio. Dietro a queste canzoni (16 x complessivi 40 minuti), confezionate perlopiù senza economie d’adrenalina ed elettricità, si rannicchiano le melodie arricciate e rocciose del country (Now Mary), certe scheletriche tenerezze folk (We’re Going To Be Friends), o quel po’ di lugubre che da sempre si porta in seno il blues (Dead Leaves And The Dirty Ground). Il tutto trasposto su scenari giovanilisticamente nevrotici (I Think I Smell A Rat), talvolta ammorbato da psichedelie hard (Fell In Love With A Girl), talvolta disperso tra irrisolte romanticherie (The Same Boy You’ve Always Known) o strapazzato da una frenesia al limite del patologico (Hotel Yorba).

Parlavano insomma un linguaggio antico e bruciante con una certa personalità, diciamo pure con molta personalità, cazzutissimi proprio, benché il tutto apparisse rinviabile a troppe cose troppo ascoltate. Chiudevi gli occhi e sbattevi in questa gragnola a base di Stooges e StonesTom Waits e Jon Spencer, oltre naturalmente a tutto quanto prima nominato. Difficile all’epoca formulare una diagnosi, non troppo facile neanche oggi: si rimane nel guado, indecisi se rubricare questo duo (ormai ex) tra le sapienti strategie produttive o tra i frutti di passioni incallite, se nel loro DNA prevalga il marketing o una nutritiva, perniciosa ossessione. Comunque sia, nel finale di scaletta c’è pur sempre quel breve, scarno (piano e voci) e sognante errebì (This protector) che riesce a strattonarci dalle parti del suo incanto indolenzito, con la potenza disinvolta dei piccoli capolavori. Sa farlo, lo fa.

E quindi? Quindi, genietti o furbastri, chissà. Magari entrambi.

1 Luglio 2001
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