Recensioni

7.3

Con Smith (il titolo è un omaggio al protagonista di 1984 di Orwell) la questione si fa piuttosto seria, per i Winstons di Gabrielli/Dellera/Gitto. E non tanto – o non solo – per gli ospiti di un certo rilievo chiamati a collaborare (Nic Cester, Mick Harvey e Richard Sinclair, rispettivamente alle voci in Rocket Belt, A Man Happier Than You e Impotence, con Rodrigo D’Erasmo e Federico Pierantoni ad aggiungere livelli di suono al tutto), quanto per l’approccio alla materia decisamente più strutturato e complesso rispetto al passato. Insomma, se il primo disco giochicchiava con gusto con la psichedelia e tutto un retroterra Sixties/Seventies jazz rock imparentato con certe atmosfere dei Soft Machine, isolando a dovere i caratteri dominanti dell’universo sonoro dei Winstons, questo Smith spinge sull’acceleratore di una scrittura che non si accontenta di recitare distrattamente un copione, ma entra pienamente nel personaggio. Ma quale personaggio?

L’album è una girandola di suoni e colori di cui si trova la matassa solo dopo qualche ascolto, ma quando arriva quel momento tutto appare vivido, sensato e ispirato quanto può esserlo un “sogno” fatto sotto LSD. Poco più di quaranta minuti che macinano pop britannico e approccio modale alla scrittura, psichedelia e prog canterburiano, jazz e glam-rock, il tutto condito da una tale bravura nello sviluppare diversi piani di lettura in uno stesso contesto, da rimanere davvero folgorati. È quello che succede, per dire, in una Ghost Town che flirta con il groove dei primi Kula Shaker senza nemmeno saperlo, in una splendida Around The Boat che parte beatlesiana e finisce in una strana terra di mezzo tra Robert Wyatt e i Divine Comedy, in una Tamarind Smile/Apple Pie affascinante e figlia dei Pink Floyd di Barrett (ma con molti più argomenti di quanto ci si potrebbe aspettare, soprattutto in una seconda parte stralunata in cui si mescolano musica contemporanea, Beatles e chissà cos’altro), in una A Man Happier Than You tagliata su certi crooner bowieani d’altri tempi e con qualche accenno lennoniano, o magari in una Rocket Bell che è puro glam rock sguaiato e animalesco.

Stiamo parlando solo di una minima parte di ciò che si ascolta in un disco che si diverte a sbertucciare amichevolmente chi gli si avvicina: nel momento in cui iniziamo a sentirci troppo comodi e rassicurati da un suono, i Winstons ci strattonano da tutt’altra altra parte, grazie a un’ubriachezza creativa che è caos e ricercatezza al tempo stesso, e che trova sempre una strada significativa da percorrere. E per quanto quest’ultima sia figlia di stili ben noti e tradizioni musicali ormai istituzionalizzate, è tale la spinta immaginativa e la quota di personalità che ci leggi sotto, che non puoi non apprezzare il risultato finale (figlio anche di un fatto squisitamente tecnico legato alla bravura dei musicisti coinvolti nel progetto). Per una volta, quel che va certamente rubricato alla voce “supergruppo” mantiene con la musica ciò che promette nei crediti, ed è davvero un bel sentire.

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