• Feb
    09
    2018

Album

Kobalt Music Recordings

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The Wombats fanno parte di quella cerchia di band inglesi (vedi Kaiser Chiefs, Maxïmo Park, The Courteneers, ecc.) uscite negli ultimi quindici-vent’anni per le quali l’hype che le circonda, o le circondava, è sempre parso esagerato se confrontato con la sostanza. Band mai davvero sbocciate ma per le quali i favori riscossi in patria sono direttamente proporzionali al grado di fierezza, pericolosamente vicina allo sciovinismo, che suscitano oltremanica. La qual cosa è singolare per una formazione che il primo album lo pubblicò solo in Giappone. Evidentemente il suo carattere così fortemente derivativo è riuscito a far passare in secondo piano la pecca di una scrittura a tratti lacunosa, anche se poi di cose buone i Nostri ne hanno prodotte in dodici anni di carriera.

Contravvenendo alla regola del quattro (gli anni sempre passati tra un disco e l’altro) Matthew Murphy e soci anticipano i tempi, e a tre anni dal 5° posto della chart britannica conquistato con Glitterbug tornano con un lavoro in chiaroscuro, discreto ma non eccezionale, che non aggiunge molto a quanto già si sapeva di loro. Anche Beautiful People Will Ruin Your Life presenta infatti i tratti tipici del repertorio wombatsiano, a partire da quella miscela di indie-rock fintamente alternativo e post-punk revival dalle tinte pop-dance, anche se qui la componente lisergica è più presente rispetto ai lavori precedenti, come dimostrano Cheetah Tongue, dagli echi “screamadelici“, e quella Turn che tra ritmica ipnotica e riverberi new-rave riporta dritti alla Madchester degli Happy Mondays. Molto buone sono anche Lemon To A Knife Fight, rapsodia pop addolcita dalla chitarra acustica ma allo stesso tempo inasprita da un ritornello killer debitore verso la old-school albionica capeggiata dai New Order, I Only Wear Black, dalle reminiscenze strokesiane, una Ice Cream dai fendenti post-punk. Un azzeccatissimo hook di chitarra apre Black Flamingo, che si dipana su una melodia a presa rapida e un ritornello con un testo ai limiti dell’ebetismo, ma che proprio per questo rimane in testa fin dal primo ascolto, e anche White Eyes promette di farci ballare da qui ai prossimi mesi.

Dall’altra parte, però, abbiamo episodi meno riusciti come Out Of My Head, che potrebbe stare su uno qualsiasi degli ultimi – indegni – album degli U2, una Lethal Combination che è una brutta copia dei folkacci alcolici alla Pogues, la piatta Dip You In Honey e la ballata I Don’t Know Why I Like You But I Do, la quale conclude in modo insipido un album che, pur non rimanendo negli annali, di certo non ci rovinerà la vita.

13 Febbraio 2018
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