Recensioni

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Scriviamo con il pensiero a Genesis P-Orridge che sta attraversando un momento tremendo (è notizia recente la raccolta fondi per le sue cure mediche). Questo pezzo è dedicato a lui che ne è protagonista indiscusso insieme a Chris Carter, Cosey Fanni Tutti, e al compianto Peter Christopherson: gli artefici di quell’avventura chiamata Throbbing Gristle. Un’avventura che oltre a coniare un’etichetta per l’industrial (con qualche input dal buon Monte Cazazza) ha fondato il preset ideologico, estetico e operativo per una miriade di produzioni che di quel genere sono figlie (anche non necessariamente con il marchio della musica “industriale per gente industriale” appiccicato sopra – vengono in mente i Sunn O)))). Il ciclo che celebra il quarantennale dall’esordio discografico degli inglesi dovrebbe continuare nei prossimi imminenti mesi con altre ristampe, fino praticamente a esaurire il non estesissimo catalogo di produzioni discografiche. Per ora abbiamo due album e un’antologia piuttosto recente ritornati in nuova veste sotto l’egida di Mute.

Vuoi per la preponderanza dell’aspetto performativo, vuoi per la multimedialità accentuata e la tendenza a mescolare le carte nelle loro sperimentazioni – e perché no, nelle loro provocazioni ­­– ecc. ecc. ecc. fatto sta che un solo disco, e nemmeno il disco come formato, sono in grado di sintetizzare i Throbbing Gristle. The Taste of TG, la beginner’s guide del 2004, è un po’ fuorviante e un po’ sbrigativa come sono spesso le antologie. Però fa la sua parte. Operazione letterale quindi di “assaggio” delle varie componenti in attesa di formarsi una visione a tutto tondo che dovrebbe contemplare l’ascolto se non di tutta la produzione, almeno del trittico The Second Annual ReportD.O.A.-20 Jazz Funk Greats e di brani sparsi tra album e singoli. Si cerca con una certa logica di dare piccoli spot dei lavori di studio e delle performance live sezionandoli per temi e filoni. Accostati, il free form più ostico e i germi di melodie e ritmi ballabili riflettono ciascuno la luce perversa degli altri: le disturbanti cantilene e le acri sceneggiate industriali di Hamburger Lady, Persuasion (U.S.A.) e We Hate You Little Girls si riverberano così sulle forme rock e pop dove i TG gigioneggiano in maniera sempre perversa, abbracciandole con spirito dissacrante e tocco corruttore, senza guardare in faccia a niente, che sia il punk depravato di Zyklon B Zombie, l’easy listening per psicopati sintetici di United o il porno-pop di Hot on the Heels of Love (4 minuti di Fanni Tutti trasformata in una Donna Summer sadomaso in mezzo a dei libidinosi Kraftwerk) – persino la ballata amorosa, con il senno di poi della tarda Almost a Kiss (compresa nell’album Part Two-The Endless Not uscito dopo l’antologia).

Se quel fascio nervoso di decostruzioni anti-rock, elettronica avvelenata, sperimentazione post-psichedelica, proto-post-punk, sampling ante litteram, aggressione noise, situazionismo e strategie concettuali da collettivo artistico d’avanguardia (perché tali erano all’inizio, il COUM, teatro sperimentale e performance art) è più abbordabile per chi ha fatto comunella con i vari figli e figliocci più o meno legittimi (e quindi più o meno degeneri), e come spesso si fa in questi casi vuole risalire alle fonti, passato il primo scoglio si è poi pronti per sguazzarci con gusto, e c’è solo da scegliere la seconda tappa.

Degli altri due album ristampati per ora (con un secondo CD), il debut The Second Annual Report of TG è quello che reca traccia diretta dell’esperienza dei concerti-happening da cui è iniziata la missione dei TG. Partendo da una strumentazione rock geneticamente modificata (i sintetizzatori modulari e le drum machine fatti in casa di Chris Carter, il rudimentale campionatore di Sleazy Cristopherson, il basso distorto di Genesis e la lap steel dilettantesca di Cosey usati per fare – letteralmente – rumori), ecco che la collezione di rombi, sibili, ronzii e ritmi a bassa intensità diventa una faccenda di musique concréte d’assalto e a forma libera come la colonna sonora improv del film After Cease to Exist che occupava l’intera seconda facciata del 33 giri. I TG con cui è più difficile fare i conti, e nondimeno quelli più affascinanti. Qualche appiglio in più lo concede il CD bonus, che è ancora più teso a livello di atmosfere e contiene una Tesco Disco da non perdere (oltre alla già citata Zyklon B-Zombie, uno dei pezzi extra album obbligatori per prendere contatto con le narrazioni più depravate di Gen e soci – magari recuperando anche Very Friendly, qui non contemplata).

A proposito di disco (nel senso proprio di music), questa prima tranche di riedizioni è completata da 20 Jazz Funk Greats, l’album dello scandalo all’inverso, in cui i pionieri industriali prendevano in contropiede anche i loro stessi estimatori. Le canzoni e i ritmi organizzati intorno all’estetica sonora Throbbing Gristle, un test in cui si possono sentire volendo – anno 1979, ricordiamocelo – altri preset più o meno consci e/o volontari, ma di fatto: synth pop e persino techno (Still Walking), ambient (Tanith), ovviamente droning, tracce di quel gamelan liofilizzato che aveva fatto capolino tra le tante idee di D.O.A. o di una lounge però dell’oltretomba (Exotica). E quindi l’imprinting concettuale per gli sviluppi dell’industrial e le sue commistioni con la dance e il rock (esemplari Five Knuckle Shuffle e Discipline sul bonus). O semplicemente il loro marchio, non statico. Del resto la musica TG è anche una macchia di Rorschach in cui si possono leggere ascendenze e discendenze a seconda della propria forma mentis di ascoltatore. In ogni caso, una spina nel fianco che continua a pungere, per quanto metabolizzata dalla musica moderna che chiamiamo pop per convenzione – anche se di “pop” per come lo intendiamo normalmente la produzione TG ha veramente poco o nulla, o quel poco sempre perfidamente deformato. Voto per l’operazione generale, in ogni caso buona e giusta.

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