Recensioni

4.5

Questo secondo album di Tinashe sarebbe dovuto uscire già nel 2016, ma pare che la RCA ai tempi abbia preferito dare la precedenza a Mind of Mine dell’ex-directioner Zayn. Lei chiaramente non l’ha presa troppo bene, ma ad ascolto concluso le ragioni della major si possono anche comprendere. Non che l’altro disco fosse un capolavoro, sia chiaro, ma le sensazioni che il mixtape di consolazioni Nightride aveva lasciato intravvedere sono più che confermate. 

Il canovaccio di tutti i pezzi si divide tra la morbida ballata post-r&b (la title track, He Don’t Want It, Salt, No Context, Fires and Flames), magari posttrap (No Drama) e una dancehall surgelata (Me So Bad, Stuck With Me, Faded Love). In entrambi i casi Tinashe si limita a fare la sporcacciona, miagolando alla luna, esagerando una sensualità che – alla fin fine – cade un po’ asettica. Il problema più grosso è che non ha molto da dire e lo dice banalmente: «lalalala», «don’t want no dra-ma-ma», eccetera. Poi, all’improvviso, l’epifania: nel ritornello di Ooh La La la gattona diventa quasi oracolare: «uh, lalalalalalala».

Se l’obiettivo era fare la Kelela di turno, qui mancano le basi e una narrazione che sia un minimo personale. Se invece l’intento era quello di azzardare qualcosa di addirittura originale, il risultato è ancor più deludente. Qui non c’è niente che vada oltre la solita minestra riscaldata a base di r&b e revival dell’Aaliyah sound (e manco quello di Timbaland). La palpebra cala subito, e non si rialza più.

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