Recensioni

6.5

Non riesco a immaginare nessuno migliore di Stuart Staples, voce e frontman degli anglosassoni Tindersticks, nel ruolo di crooner al contempo moderno e classico. Sa controllare alla perfezione i propri “gesti vocali”, sa quando flettere la voce o in che punto farla impennare, sa coinvolgerti e straziarti senza mai annoiarti, sa che il troppo stroppia eppure sembra sempre eccedere quel troppo. E poi, sa un sacco di altre cose. Tipo questa: il segreto di una perfetta ballad, intimista e tutto quanto, sta tanto nella musica quanto nelle parole. E qui (quasi) casca l’asino: perché il nuovo No Treasure But Hope, ne accorda forse un po’ troppa di importanza alle parole.

Bene fecero a loro tempo, cioè fra il 1993 e il 1997, i loro primi tre studio album (in realtà il loro terzo sarebbe la colonna sonora Nénette Et Boni, ma io preferisco contarli così: 1°, Tindersticks, del 1993; secondo, l’altro Tindersticks, del 1995; terzo, Curtains, del 1997), lì dove sono racchiusi tutti i modelli archetipici delle future ballad à la Tindersticks. Poi, il gruppo imboccherà il sentiero dell’intimismo duro e puro. Ed ecco che gli album, tanti, e sempre eccellenti, hanno cominciato a confondersi, col passare degli anni, gli uni con gli altri. Non di meno, di qualità sempre eccellente. Quel che invece si è sofisticato a dismisura, lambendo certi eccessi tipici dell’ultimo Nick Cave, che ormai usa la musica come sottofondo per le sue composizioni poetiche o similtali, sono proprio i testi.

Intimisti (ça va sans dire…), sapienti nell’uso dei topoi retorici, e sempre e comunque integrati nelle musiche del gruppo che, ripetiamolo, funzionano alla grande (e poco importa se i Tindersticks hanno sfornato una mezza milionata di dischi fino ad oggi!). Dunque, No Treasure But Hope è un lavoro eccellente (ma non eccelso), e non privo di difetti (ma ha pure grandi pregi). Infatti contiene la “solita” manciata di classici targati Staples & Co., che stavolta rispondono ai nomi di Pinky In The Daylight (che scivola via dolce e profumata di immagini notturne, sullo strato di archi mai lezioso, e un ritornello a suo modo appiccicoso), e See My Girls (con quella chitarra quasi-slide, gli scampanellii insistiti, e quel pergolato d’archi sotto il quale la luce poetica del pezzo risalta e si esalta).

Ecco, la sostanza di No Treasure But Hope è tutta qui. Un album bello e (im)possibile, tale e quale alla mezza camionata di suoi fratellini che ormai popolano i vostri scaffali di dischi alla lettera T di Tindersticks.

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette