Film

Add to Flipboard Magazine.

Il cinema di Todd Haynes, fin dai primi sussulti nei Novanta tra episodi queer (Poison), thriller psicologici (Safe) e biopic anomali (Velvet Goldmine e più avanti Io non sono qui), passando per la ricostruzione di epoche e culture americane patinate (gli anni cinquanta di Lontano dal Paradiso e Carol), si è sempre contraddistinto per un gusto del bello nel senso più letterale del termine. Sono “belli” i colori sulla pellicola che è come una tavolozza, la grana dell’immagine leggermente graffiata ma mai sgradevole alla vista, i volti degli attori, le musiche che ammorbidiscono qualsiasi esperienza negativa dentro e fuori la sala (di recente affidate al fido Carter Burwell), perfino gli stacchi di montaggio; tutto scivola leggero sugli occhi di chi guarda e sulle mani di un artista che ha fatto della bellezza la sua cifra stilistica.

Custode della memoria di tempi andati, più che ossessionato dal ricordo Haynes sembra semplicemente capitato nell’epoca sbagliata, rapito da mondi che conosce meglio di quelli in cui vive; i suoi film sono come quelle piccole palline di vetro che si agitano per far nevicare fiocchi finti: un universo costruito sul potere del desiderio. Ogni personaggio nella cinematografia del regista desidera realtà alternative per fuggire dall’insoddisfazione, da sentimenti repressi, dal peso di una responsabilità pubblica. Tuttavia, c’è qualcosa di nuovo in La stanza delle meraviglie (dal romanzo illustrato di Brian Selznick, lo stesso di Hugo Cabret) che Haynes non aveva mai raccontato finora: una resa parziale, se non addirittura totale, all’assenza di sovrastrutture politiche, e il lasciarsi andare tra lo sguardo dei bambini e l’innocenza delle loro fantasie.

Complesso nella forma ma mai complicato nello svolgimento, per l’alternanza di piani temporali (1927 e 1977), fotografie (bianco e nero e colore) e stile narrativo (cinema muto e sonoro), l’ultimo lavoro del regista è al contrario più schietto, sincero e passionale di quanto la superficie restituisca; spietato quando ripercorre le strade di New York in due momenti chiave della sua massima povertà e degrado, amorevole e “materno” quando deve accompagnare nella vita adulta – fatta di solitudine, rancore e lutto – Rose, una giovane ragazza sorda dalla nascita e Ben, un orfano che sordo lo è diventato dopo un incidente.

La stanza delle meraviglie rivela una necessità fortemente dichiarata di porre resistenza alla depressione dell’epoca e di combattere la disillusione con il sogno. Che qui si materializza nella ricerca di genitori scomparsi e mai conosciuti e in un caso di genealogia familiare, elettrizzante motore dell’avventura a cavallo tra epoche diverse di Rose e Ben. Se poi pensate che alla resa effettiva di questa “fantasia” hanno contribuito alcune eccellenze di nome Ed Lachman (direttore della fotografia e mago della luce), Sandy Powell (i suoi abiti vivono insieme a chi li indossa) e Burwell (compositore delle musiche originali), non ci sono ragioni evidenti per catalogare questo episodio di cinema senza tempo fuori dalla bellezza più assoluta. Che non dipende da nessun’altra cosa, ma solo da se stesso.

16 Giugno 2018
Leggi tutto
Precedente
Johnny Marr – Call The Comet
Successivo
SOPHIE – OIL OF EVERY PEARL’S UN-INSIDES SOPHIE – OIL OF EVERY PEARL’S UN-INSIDES

film

recensione

artista

Altre notizie suggerite