Live Report
Dal 22 Novembre al 24 Novembre 2018

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«Follow The Sound», recitava il claim dell’undicesima edizione di Trasmissions Festival, manifestazione musicale organizzata da Bronson Produzioni a Ravenna e dedicata al variegato mondo delle musiche – più o meno – sperimentali. E abbiamo cercato davvero di seguirlo, questo suono, scoprendo nelle tre giornate previste dal cartellone sfaccettature egregie, buone vibrazioni, un pizzico di autoreferenzialità, ma soprattutto una bella attitudine improvvisativa che ci è parsa quest’anno, più che in altre edizioni, il leitmotiv del festival. A titolo di testimonianza, bastino le poche battute che abbiamo scambiato con Jessica Moss (Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra) poco prima della sua esibizione con Carla Bozulich e Francesco Guerri il secondo giorno: «Cosa farete sul palco?» «Non ne ho idea… …pochi brani e molta improvvisazione, credo» (per la cronaca: set intrigante che ha strizzato l’occhio alla contemporanea, con violino, violoncello e ammenicoli bozulichiani da una parte e una Carla particolarmente interessata ad interagire col pubblico dall’altra).

Difficile dunque stabilire obiettivamente uno standard qualitativo a cui fare riferimento per giustificare gli highlight della tre giorni, se non ricorrendo banalmente al gusto personale. Chi scrive, per dire, ha apprezzato non poco il Dorella Mongardi Shooting Unit atterrato al Bronson Cafè la prima sera – un set alieno rispetto a un programma festivaliero che ha messo un po’ da parte il fattore “ritmo” per guardare altrove, al pari del divertente Medio Oriente in salsa TR-808 di Ammar 808 ascoltato l’ultimo giorno e disegnato da beat, flauto e voce – e fisso su un tribalismo incrociato tra batteria analogica ed elettronica che avrebbe esaltato anche Jaki Liebezeit dei Can. Come del resto degno di nota è stato il set in solo della Moss al Bronson, strutturato su un mix di voce, campionamenti, violino e piedi nudi – fondamentali per manovrare le regolazioni dei vari effetti – e impegnato a rinverdire i fasti di un Entanglement pubblicato quest’anno e che deve forse qualcosina anche ai Tangerine Dream di Zeit: da applausi il celestiale equilibrio narrativo raggiunto dall’ambient di un brano come Particles, dal vivo addirittura meglio che su disco. Stesso discorso per la Bozulich in versione noise band, sempre il primo giorno: si può dire tutto della musicista americana ma non che sia una che si risparmia. Il Quieter uscito quest’anno non avrà forse la vis di Evangelista, ma l’ex Geraldine Fibbers sul palco è ancora un affascinante misto di carisma, gusto per l’imprevisto, magnetismo animale, materia musicale volutamente sfilacciata ma credibile, e soprattutto QUELLA voce. Con una formazione che prevedeva batteria, basso, chitarra e violino (suonato dalla stessa Moss), la quasi cinquantatreenne ha chiuso più che degnamente una prima serata a cui hanno dato il loro contributo anche i britannici Duds (no wave/post-punk rodatissimo di marca Contortions, PIL e Primus, ma forse ancora bisognoso di strutturare meglio le buone intuizioni messe in mostra) e un Martin Bisi newyorchese in ogni singola nota espettorata dagli amplificatori (impegnato a riproporre il BC35: The 35 Year Anniversary Of BC Studio pubblicato da Bronson Produzioni quest’anno, grazie a un live set di stampo noise e no wave dopato a suon di batteria e due chitarre elettriche).

Il secondo giorno aspettavamo con trepidazione l’avvento di Richard Youngs, e invece i meritati applausi se li è guadagnati Eric Chenaux. Il chitarrista targato Constellation è l’ideale punto di giuntura tra jazz, folk, avanguardia e persino blues – a giudicare da un’esibizione in cui anche l’errore diventa parte integrante del flusso musicale e dell’improvvisazione – e il lavoro portato a compimento nell’ultimo album Slowly Paradise dal vivo viene ulteriormente valorizzato da una voce morbida e davvero toccante. Il resto lo fanno una chitarra ormai diventata un marchio di fabbrica e che a tratti sembra provenire da qualche profondità oceanica, tra wah wah ed effetti assortiti, e brani splendidi come An Abandoned Rose. Il buon Richard Youngs lo avremmo preferito più musicista e meno artista concettuale: la speranza era di ascoltare la musica dell’ultimo Belief così come è su disco, ma lui è uno da cui non sai mai cosa aspettarti. E allora eccolo in un set che ha coraggiosamente alternato momenti solo voce a brani alla chitarra acustica, il tutto certamente coinvolgente – anche per il tentativo di rendere il pubblico parte attiva nello spettacolo – ma forse più vicino alla performance che alla musica suonata. Voto: 10 per l’attitudine e 6 per il risultato finale. Un piccolo appunto anche per un Daniel Blumberg formalmente perfetto – a partire dal timbro vocale cristallino, fino ad arrivare ai suoni dettagliatissimi del suo set – ed esaltato a tutte le latitudini forse anche per quel gusto romantico, decadente e neo-cameristico perfetto zuccherino per far digerire le inclinazioni più sperimentali del personaggio. Eppure, e ci scuseranno i fan per il giudizio sommario, in questa sede lo abbiamo trovato un tantino lezioso, tra chitarra elettrica, pianoforte e un ricorso alla sperimentazione quasi decorativo e a rischio zero (ad esempio nelle Permanent o Madder estratte dall’ottimo Minus). La partnership con il violinista Billy Steiger funziona, ma è il classico affiancamento tra melodia e distonie agli archi che più o meno dai Velvet Underground di The Black Angel’s Death Song in poi è entrato nel lessico comune dell’avanguardia: da uno che frequenta da anni il Café Oto di Londra – uno dei luoghi d’elezione per la sperimentazione musicale in Inghilterra – ci aspettavamo qualcosina in più. Del trio Bozulich-Moss-Guerri abbiamo già detto in apertura, dunque restano da rubricare, per quanto riguarda la seconda giornata, dei Comaneci bravi a fare la loro parte – con il nuovo innesto Cavina che da un lato rappresenta un ottimo valore aggiunto con la sua batteria, e dall’altro toglie inevitabilmente intimità a una band che è sempre stata un discorso di equilibri delicatissimi tra due chitarre e qualche tastiera – e di Cindy Lee (ovvero Patrick Flegel, ex Women), salito sul palco a mezzanotte e quarantacinque e di cui abbiamo ascoltato giusto un paio di brani, per poi cedere alla stanchezza e migrare verso il meno artistico e più prosaico letto.

Riposo necessario per affrontare un terzo giorno che ha regalato belle sorprese, tipo una Circuit Des Yeux capace di ridefinire in un batter d’occhio il peso specifico degli artisti in cartellone: il suo set è stato semplicemente perfetto, uno dei migliori di tutto il festival, sunto di intensità, potenza – se non l’avete mai ascoltata, immaginatevi le mascolinità vocali di una Nico ma più liriche – e originalità, qualcosa che è andato persino oltre la resa di dischi come Reaching For Indigo o In Plain Speech. Chitarra acustica a dodici corde, effetti, elettronica, una sagoma incappucciata sul palco e la capacità di generare una ammirazione mista a inquietudine in un pubblico concentratissimo e affascinato da suoni saturati, apocalittici e misterici. Tant’è che poi esaltarsi per i chiacchieratissimi Nick Zinner (Yeah Yeah Yeahs) e Francesco Donadello non è stato facile, considerate anche scelte musicali certamente più canoniche: alla chitarra il primo e ai synth modulari il secondo, hanno unito le rispettive competenze in un’ambient con qualche inflorescenza carpenteriana, sicuramente ben fatta ed equilibrata, certamente meditativa e raffinatissima, ma forse non troppo sorprendente. Per dire, uno come Tarkamt, musicalmente più grezzo tra ritmiche campionate e chitarra elettrica, ha fornito qualche spunto in più a chi avesse voluto approcciare il festival con un po’ di sana curiosità. Il Barry Adamson citato nel libretto redatto da Bronson per presentare il suddetto è un riferimento piuttosto azzeccato, a patto di ampliare la palette degli stimoli musicali a un Africa psichedelica, primitiva, formalmente povera, ipnotica e talvolta free form. La chiusura di report la merita invece il progetto audio-video del produttore Radwan Ghazi Moumneh e del film-maker Charles-André Coderre, ovvero Jerusalem In My Heart, vero mattatore di tutto Transmissions XI: spettacolo nello spettacolo, i quattro proiettori a pellicola 16 mm caricati in tempo reale e sparati sullo schermo dietro al musicista – una roba “da panico”, se ci consentite il commento spassionato, considerata la scarsissima illuminazione in sala, il poco tempo a disposizione e i moltissimi metri di film in loop da caricare uno dopo l’altro, posizionati in una apposita gruccia dietro ai proiettori – capaci di contestualizzare ancora meglio il «melismatic singing» di un Moumneh impegnato sul palco a manovrare synth modulare, buzuk, field recording, effetti, elettronica e chissà cos’altro. Un omaggio futuristico e contemporaneo alla tape culture araba, una di quelle sane distopie che piacciono tanto anche a noi, abbastanza pragmatiche da apporre una firma illustre su un festival che non ha avuto paura dei salti nel vuoto e di indagare geografie sconosciute. L’appuntamento è per il prossimo anno.

28 Novembre 2018
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