Recensioni

6.4

L’album collaborativo tra Travis Scott e Quavo dei Migos era nell’aria da un po’, e le aspettative erano anche ragionevolmente alte. Le reazioni sono state buone sì ma entusiaste non troppo, se si esclude un Simon Reynolds sempre più trapparo che l’ha addirittura incluso nella sua lista dei migliori dischi del 2017. Il disco funziona, a tratti anche molto bene, ma la sensazione è che nel giro si stia entrando rapidamente in un cul de sac produttivo in cui fioccano album e mixtape (spesso collaborativi) ad una velocità sempre più vertiginosa in cui la qualità è discreta, a tratti buona, ma in generale gli episodi davvero memorabili non è che abbondino. Super Slimey di Young Thug e Future è un altro esempio del trend, pregno com’è di quest’aurea mediocritas che non può e non deve (più) accontentare.

Huncho Jack ha tutte le carte in regola per collocarsi nella stessa schiatta: chili di autotune, un flow che asseconda la melodia in mumbling piuttosto che veicolare chissà quali escatologie, un’uniformità ritmica che alla lunga arriva anche ad esasperare, eccetera eccetera. Perché diciamoci la verità, in tantissimi hanno messo Culture nelle loro belle classifiche di fine anno, ma mi sono sempre chiesto in quanti l’abbiano ascoltato più di una volta con attenzione dall’inizio alla fine. La ricetta fa figo ed è corretta (per quanto ancora?), ma il dubbio dell’opportunistica e aprioristica appropriazione culturale da queste parti credo non se ne potrà mai andare davvero del tutto.

Ad ogni modo, quello che consente a Huncho Jack di fare un passettino ulteriore posizionandosi su un gradino appena sopra agli innumerevoli album-fotocopia del giro è una serie di finezze che non spostano gli assi ma rendono comunque ben godibile l’ascolto (soprattutto in cuffia); vedi i tanti beat con campionamenti anche abbastanza interessanti e inusitati: Cigarettes and Coffee di Otis Redding in Modern Slavery, gli spettrali synth broken record della titletrack, il cantato di Yung Lean nella speziata Dubai Shit, le chitarre e gli infiniti echi di Moon Rock e Where U From. I due indovinano anche qua e là delle gran belle melodie, come in How U Feel o nella drakeiana Best Man.

Un po’ di stanchezza affiora, come quando arrivano sullo sfondo i soliti flauti (Go) o si riciclano rime come “Serve me a brick at the store / Lookin’ like Shaq in the post”. Perché non voglio fare il solito matusa old school, ma sono passati quasi 25 anni da quando Biggie apriva una strofa di Gimme the Loot con “I’m slamming niggas like Shaquille, shit is real”. Va bene che il centro puro è una specie in via d’estinzione, ma davvero non abbiamo altri riferimenti nel 2017? Davvero ‘sti flauti surgelati hanno ancora qualcosa da dire dopo Mask Off? TS e Quavo non osano, non innovano, non spostano. Fanno il loro solito facendolo bene, tutto qua. Se vi accontentate ancora, godetene.

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