• Gen
    27
    2017

Album

Atlantic Records, 300 Entertainment

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Donald Glover (aka Childish Gambino) è preso davvero bene da questi tre. Forse perfino troppo: l’etichetta di «Beatles of this generation» magari è un tantino eccessiva, così come quella di «best song ever» per Bad and Boujee. Le lodi sperticate ai Migos contenute nel suo discorso di ringraziamento durante la consegna del Golden Globe sono però sicuramente utilissime per capire il contesto e la portata dell’effettivo successo del trio georgiano. Le stesse parole sono state anche imprescindibilmente funzionali al definitivo break-up mediatico del fenomeno, che in seguito allo speech di Glover è stato finalmente chiamato per suonare live ai vari Late Shows americani (SNL su tutti).

Figli tanto del padre putativo Gucci Mane quando dell’ultra-imitato (ed ora a sua volta re-imitante e mut(u)ante) Kanye West autotunato di 808s, i tre (a)Migos – dopo un esordio (Young Rich Nation) discreto ma non del tutto convincente  – sono ora il nome più lanciato e rappresentativo di tutta la scena di Atlanta. La trap nasce e vive qui, ed è indicativo che sempre Glover nella sua serie-caso omonima – di fatto il documento attualmente migliore per chi voglia capire davvero questo fenomeno e che aria si respiri nei sobborghi in cui è germogliato – faccia comparire proprio i tre Migos in un cameo. La stessa Paper Boi (nel plot della serie, il primo successo del cugino di Earn) è una traccia che sarebbe benissimo comparire in questo Culture.

Il quale è, senza nessunissima variazione, esattamente quello che ci si aspettava: un album manifesto di tutto il carrozzone trap georgiano così come è (stato) nel 2016. Quindi rullanti asettici, bassoni ciccioni e tutta una serie di campionamenti (compresi diversi inserti pianistici) quivi nondimeno eleganti, per un campionario di suoni paradigmatico di quello che è stato uno dei (se non IL) trend principali dell’anno appena concluso – e in questo caso, sia chiaro di paradigma come probabilmente meglio non si potrebbe stiamo parlando. C’è Lex Luger a gettare la sua ombra su tutto – e infatti diverse produzioni del disco sono firmate 808 Mafia. Chiaro che la swagghitudine raggiunga qui livelli davvero altissimi (e anche difficilmente assimilabili per un ascoltatore bianco ed europeo) e il tiro dei pezzi sia sempre bello fulgido. Un trittico di singoli – tra l’altro posizionati in contigua sequenza – come T-Shirt, Call Casint e Bad and Boujee basta da solo a promuovere il disco, ma una obiezione abbastanza facile da muovere all’etichetta di Best New Music prontamente sciorinata da Pitchfork – oltre alla contingenza dell’operazione tutta, che come abbiamo detto è di fatto “solo” una (super) cartolina dal 2016 – può (e deve) risiedere nel contenuto.

Detta in breve, non ci smuoviamo di una virgola dal solito prontuario di drug dealin’ e bitches, tra un giro in Lambo e un deadz countin’, schiavi della Figa e del Dio Danaro nel sempreverde edonismo d’accatto degli homies che alla fine ce l’hanno fatta e ora se la godono. Tra diecimila nigga (ab)usati come intercalari e più SKKRRR che in una video-intervista a Sfera Ebbasta, qualche sbadiglio fa capolino birichino tra le 13 tracce – con la sola eccezione di What the Price a porsi (forse) qualche dubbio. Va detto però anche che i tre non sono certo degli sprovveduti e tecnicamente sanno il fatto loro, eccome. Già il fatto che Glover – uno che di black music ne sa a pacchi e ne capisce – li apprezzi così tanto è sintomatico, ma basta ascoltare le strofe in start-and-stop piene di virtuosismi tecnici di T-Shirt per capire che questi oltre a dei cazzoni che dabbano e si vestono fashion sono anche degli ottimi rapper. Cosa che peraltro – parlando di trap – succede spesso anche qui in Italia. O forse no.

2 Febbraio 2017
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