Recensioni

Che disastro. Saltando a piè pari il pippone su quanto sia indecente che una figura come Tupac venga raccontata (male) da un biopic così scarso, vediamo subito perché in questo film non funziona proprio nulla. Condensare in due ore di film l’intera vita di un artista che di cose – non sempre belle – ne ha fatte, è ovviamente molto difficile, ma provarci scadendo paradossalmente in un tale numero di inutili ed evitabili lungaggini lo è ancora di più. Non c’è ritmo, abbondano le scene che non portano da nessuna parte, perfino il montaggio non si può salvare, e già prima che al Pac sullo schermo siano spuntati i primi peli inizi a chiederti quanto manchi alla fine di questo strazio. Straight Outta Compton, senza andare troppo lontano, i suoi difetti li aveva eccome (omissioni, inesattezze e semplificazioni varie) ma almeno la circoscrizione dell’arco temporale limitava i danni di sceneggiatura. Qui la volontà di raccontare l’intera vita del protagonista fa sì che l’approfondimento dei personaggi – e la conseguente empatia da parte della spettatore – risulti paradossalmente nulla. L’escamotage narrativo dell’analessi da intervista (sapientemente condotta dal tascabile cugino di Ray Allen) è poi fresca come Berlusconi che torna in campo per la diciottesima volta. Ma andiamo con ordine.
È semplicemente aberrante anche la banalizzazione della lotta delle Pantere Nere e di Mutulu (che si limita a urlare continuamente e a casaccio di essere un rivoluzionario), perfino della madre Afeni e dell’amicizia con Jada Pinkett-Smithz, e di tutte le altre fondamentali influenze nella definizione del complesso personaggio Tupac. I dialoghi non superano mai il livello dell’ottava stagione di One Tree Hill, la faida tra West e East rimane perennemente sullo sfondo senza mai essere spiegata, Biggie viene restituito come un ciccione lobotomizzato che mugugna e poco altro, per non parlare di Snoop Dogg e dei Digital Underground. L’unico a uscirne verosimile è Suge Knight, guarda caso il personaggio più caricaturale e monodimensionale nella finzione come nella realtà. Di sicuro le traversie produttive (anche John Singleton ha abbandonato la nave anzitempo) non hanno aiutato, ma fare peggio di così era veramente impossibile.
Il miscasting del protagonista è poi clamoroso, e chiara l’insufficienza di un’impressionante somiglianza fisica quando il carisma dell’artista rappresentato non si intravvede nemmeno con il binocolo. E non bastano due coltellate a caso e le esasperanti citazioni di Shakespeare a rendere la profondità e le ambiguità intellettuali del vero Tupac, che qui sembra solamente un bamboccione iracondo perennemente in balia degli eventi. A frustrare definitivamente il fan più accorto arrivano poi una serie di palesi inesattezze cronologiche e vistose anacronie, come il pubblico che intona Hell Mary (uscita postuma) a un live. L’unico pregio dell’operazione è scegliere un’ignava imparzialità in merito agli autori dell’assassino. Se amate Pac, troverete irritanti falsi storici e cose che già sapete raccontate molto male. Se invece volete avvicinarvi alla sua figura partendo da zero, resterete irreparabilmente delusi da un’operazione che nel suo voler evitare l’agiografia si risolve solamente in una gran confusione. E perché Pac sia così importante alla fine nemmeno si capisce (noi ci abbiamo provato in un hh classic).
Amazon
