• feb
    13
    1996

Album

Death Row Records

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Vi è tutta una serie di incastri cronologici che contribuisce a rendere All Eyez on Me, anche simbolicamente, il culmine e l’epitaffio del gangsta rap: pubblicato il 13 febbraio ’96, il (doppio) disco arriva tre anni dopo l’esordio di Snoop Dogg e dopo due da quello dell’eterno rivale The Notorious BIG. Pochi mesi dopo però, a solo una anno dalla morte per AIDS di Eazy-E, se ne andranno a brevissima distanza sia lo stesso Tupac che Biggie, inghiottiti dalla spirale di inarrestabile violenza che la faida tra West e East Coast aveva generato. Complotti governativi, teorie cospirazioniste, indagini fumose e torbide, e Suge Knight, l’ambiguo boss di Death Row Records, secondo molti a muovere le fila di tutto da dietro le quinte; e se colpevoli e dettagli dei due omicidi continueranno probabilmente a rimanere nell’ombra, quello che rimane è una brevissima ma altrettanto intensa stagione di hip hop che ha cambiato per sempre le carte sul tavolo di the game: la thug life, il G-funk, Compton e il NY state of mind, Biggie vs Pac, il primo (e “vero”) Doggy e gli NWA, la violenza e le insolubili contraddizioni, ma anche – e soprattutto – vertici qualitativi ad oggi insuperati e quanto mai seminali e fecondi.

All Eyez on Me è l’album testamento di tutto questo, il disco più ricco, monumentale e ispirato del giro, rimasto insuperato sia perché con esso l’asticella fu spostata definitivamente troppo in alto per chiunque altro, sia perché quelle due serie di colpi di pistola esplose a pochi mesi di distanza l’una dall’altra segnarono un punto di non ritorno per l’hip hop e la musica afroamericana tutta. Per capire l’influenza che Pac esercita ancora oggi, basta ascoltare Kendrick Lamar, forse l’unica figura attuale che per spessore gli si può avvicinare (Kanye, pur avendone forse avute le potenzialità, ha abbandonato questa strada ormai da tempo), o un suo figlio legittimo come Freddie Gibbs  validissimo epigono per flow, “fotta” e produzioni.

Il background del disco è un momento non troppo facile per Tupac: accusato di stupro nel ’93, nel febbraio ’95 viene condannato e spedito in prigione. Durante la reclusione legge molto, soprattutto Machiavelli – con lo pseudonimo Makaveli pubblicherà il capolavoro The Don Killuminati: The 7 Day Theory – e Sun Tzu, mentre il suo Me Against the World (i titoli effettivamente erano sempre un tantino paranoici) domina le classifiche di vendita. È a questo punto, dopo nove mesi di carcere, che Suge Knight lo incatena a Death Row Records: il producer gli paga la cauzione in cambio della promessa di pubblicare tre dischi sotto la sua label; così il doppio All Eyez on Me è l’ottemperanza alle prime due tappe di questo accordo, ma la successiva volontà di Tupac di fondare la sua etichetta sarà secondo alcuni tra i moventi che potrebbero identificare proprio Knight come mandante dell’omicidio. Tra gli esponenti di questa scuola di pensiero troviamo anche l’amico Snoop Dogg, che ai tempi, mentre Pac usciva di prigione, era a sua volta lì lì per entrarvi con l’accusa di omicidio (2 of Amerikaz Most Wanted parla proprio di questo). Ma l’avvenimento che si rivelerà determinante per il definitivo scoppio della faida West/East, il fattore scatenante del rapido susseguirsi di eventi che porterà all’uccisione prima di Pac e poi di Biggie, è l’attentato che il primo subisce nei Quad Studios di New York poco prima della condanna per violenza sessuale. Sopravvissuto non si sa bene come a cinque colpi sparatigli da due mai identificati figuri, Shakur identifica subito in Puff Daddy e l’ormai ex-amico Biggie i mandanti del tentato omicidio. Già nel parodico incipit del video di 2 of Amerikaz Most Wanted il dito è puntato verso la costa atlantica, ma è con il più celebre dissing di sempre che la bomba è lanciata: Hit ‘Em Up – esclusa dal disco e pubblicata come singolo – contiene minacce di morte a Notorious e soci, superando ampiamente il limite tra sfottò e I fucked your wife.

Scritto e registrato in poche settimane dopo la scarcerazione, All Eyez on Me è quindi una nuova e definitiva ri-affermazione. Gli occhi puntati su Pac sono quelli dei fan, della sua crew, del pubblico, dei detrattori, degli haterz che lo vogliono morto (e che, come visto, probabilmente ci hanno anche provato ad ucciderlo), dei cops che lo tengono d’occhio but they can’t do nothing to a G. Le infiltrazioni consious sono quasi del tutto abbandonate – con l’unica eccezione di Life Goes On, come da canone dedicata agli homies ammazzati sulla strada («how many brothers fell victim to the streets?» – e l’auto-celebrazione diventa il principale nucleo tematico. Le istanze socio-politiche che spesso comparivano in 2Pacalypse Now e Strickly 4 My N.I.G.G.A.Z. restano qui laterali, e a dominare è l’ode a quella thug life della Westside che oltre alla celebrità, lo porterà di lì a poco anche alla morte. Pac sembra esaltarla esaltandosi, e non lascia spazio ai dubbi o ai capovolgimenti più (apparentemente) consapevoli delle proprie contraddizioni, che invece Biggie lasciava filtrare con più frequenza tra le sue rime. «Out on bail, fresh out of jail, California Dreaming»: il primo verso della sua strofa in California Love – un pezzo che in origine doveva essere contenuto nel mai finito album di Dre The Cronic 2 – è già un buon compendio del mood di Tupac, che non sembra avere in mente molto altro oltre a spassarsela sfottendo i cops e facendo a gara a chi ce l’ha più grosso con i rivali ad est. Il risultato è quindi un doppio album autoreferenziale come non mai, che nel suo ipertrofico autocompiacimento riesce però ad esaltare all’inverosimile per il livello tecnico semplicemente vertiginoso di ogni pezzo.

Tupac può essere senza troppi ripensamenti additato come il più grande MC di tutti i tempi, ed è in questo disco che lo dimostra una volta di più: il flow è semplicemente strabiliante in ogni singolo verso, e basta una qualsiasi delle strofe di How Do You Want It a spazzare via qualsiasi altro pretendente al trono. Anche in sede live – oltre ad una presenza scenica poderosa – lo scarto rispetto alla performance in studio non è semplicemente impalpabile, ma proprio del tutto assente. Da non sottovalutare, per la fortuna che incontrò l’album, anche un imponente apparato produttivo alle spalle, che oltre allo stesso Tupac annovera – tra gli altri – nomi altisonanti come Daz Dillinger, Rick Rock, Dj Quick e ovviamente Dr. Dre, che oltre alla già menzionata e celeberrima California Love firma un altro masterpiece con il beat di Can’t C Me. È un groove contagioso e seminale, quello che serpeggia trasversale lungo tutta la (lunga) tracklist, e per ammirarne i frutti di oggi basti ascoltare – come già abbiamo detto – una King Kunta di Lamar. Il massiccio sampling alla base di quasi tutte le tracce colloca inoltre il disco in una posizione di dialogo con tutta un’imprescindibile tradizione black – vedi il (G)funk di (tra gli altri) Funkadelic, Parliament, Bootsy Collins, Kool & the Gang, Quincy Jones ed Instant Funk – oltre che con antesignani HH (Grandmaster Flash, Eric B & Rakim, Run DMC) o amici e colleghi contemporanei (NWA, Ice Cube, Snoop Dogg).

Una tetrade di singoli perfetti (California Love, 2 of Amerikaz Most Wanted, How Do U Want It, I Ain’t Mad at Cha) e la successiva morte di Tupac portarono l’album a vendere uno sproposito, con Death Raw che (soprav)visse di rendita per diversi anni – grazie anche a tutta una serie di inediti sui quali poteva vantare i diritti – prima che i reiterati loschi affari di Suge la condannassero definitivamente alla bancarotta. L’importanza di All Eyez on Me risiede poi – oltre che nel suo (altissimo) valore intrinseco e nella feconda progenie – anche nell’aver costruito una tappa fondamentale nel processo di de-ghettizzazione dell’hip hop. L’assunzione di Tupac a leggendaria icona generazionale e volto di un intera cultura (praticamente il Bob Marley del rap), per cui oggi anche da H&M o alle bancarelle del mercatone rionale troviamo le t-shirt con stampata la sua faccia, ha contribuito in modo imprescindibile ad un primo valicamento dei propri confini da parte della cultura HH. Parliamo banalmente del fatto che 2Pac prima (ed Eminem e Kanye poi) hanno portato l’hip hop a chi non aveva mai ascoltato hip hop; per cui, se oggi la musica black (in senso più ampio) è IL trend da cavalcare, e Skepta e i Run the Jewels sono tra gli headliner del Primavera Sound, la morte di Pac e il valore del suo ultimo disco (l’ordine di importanza tra le due cose lo decidete voi) sono state, se non imprescindibili in sé, quantomeno fondamentalmente funzionali.

6 marzo 2017
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