Recensioni

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Tra gli ultimi trend musicali – purché resti sempre dietro l’angolo l’ossessivo fantasma delle nostalgie anni’80 (con i celeberrimi synth al seguito) – sono tornati nuovamente in auge il funk e la disco anni ’70, vedi la collaborazione di The Weeknd con i Daft Punk in I feel it coming (in cui si sentono gli strascichi di RAM) e l’ultimo Bruno Mars di 24K Magic. In realtà non ci si muove su sentieri poco battuti; le coordinate sono infatti molto vicine a quelle già esplorate da Mayer Hawtorne. Il soul singer, già a partire da A Strange Arrangement, ha fatto riferimento alle sonorità degli anni ’70 con produzioni che si muovono tra soul, r&b, funk e la Motown più classica, ispirato dai nomi del passato che hanno fatto grande la storia dei genere, come Marvin Gaye. Il progressivo percorso di crescita l’ha poi portato a smarcarsi dalla pallida emulazione e a virare verso un’approccio più pop e più fresco, da cui derivano l’impronta à la Justin Timberlake e collaborazioni importanti con Kendrick Lamar e Pharrel Williams il quale, profondamente ispirato da Random Access Memories e influenzato dalla produzione dei N.E.R.D. da parte degli stessi Daft Punkaiuta Hawthorne a impreziosire Where Does This Door Go con tinte funk più contemporanee e venature elettroniche e dance.

Il nome di Hawthorne si è ormai configurato come un marchio di fabbrica riconoscibile, che per forza di cose emerge anche nella collaborazione col produttore hip hop Jake One, interessato sia agli ambienti underground che mainstream, come dimostrano le tante le produzioni al fianco di Brother Ali e di Drake. Già col primo lavoro i Tuxedo si sono quindi imposti nel panorama musicale come una costola della personalità di Hawtorne, continuando il suo percorso di innovazione attraverso una ibridazione tra soul, funk e dance, ma mantenendo comunque forti riferimenti tradizionali. Tuxedo II, il secondo album nato da questa collaborazione, proseguendo nella stessa direzione si inserisce esattamente nel filone inizialmente citato, impregnandosi però di maggiore concretezza e minore piacioneria. Il risultato di questo centauro musicale metà crooner e metà producer è infatti una sorta di crossover tra il funk di Curtys Mayfield e le atmosfere da disco music in stile febbre del sabato sera.

Il disco si configura quindi come la controparte più raffinata, ripulita ed elegante delle ultime produzioni di Bruno Mars; se quest’ultimo infatti ha sfruttato le tinte funk per rendere più accattivanti le sue produzioni ottenendo un risultato vendibile e contenutisticamente scadente, il duo invece ripesca direttamente dalla fonte il groove tipico della black music e i ritmi ballabili da dancefloor (non si fatica a sentire la forte impronta dei precursori storici del genere, come Bernard Wright, gli Chic e o Schalamar), rendendoli comunque attuali ed evitando di pubblicare un disco appesantito dall’effetto amarcord. Sebbene i Tuxedo non abbiano perso occasione per aggiungere qualche riferimento alle ormai onnipresenti e già citate sonorità anni ’80, districandosi fra le 11 tracce si può godere di un’equilibratissima commistione tra funk e disco, bassi incalzanti e synth acidi, il tutto condito come vuole la tradizione da una forte ritmica reiterata, houseggiante e piena di handclapping.

L’estrema omogeneità che rende l’album un facile trasmettitore di suggestioni capaci di disegnare immersive atmosfere rétro è forse il suo stesso limite. La monoliticità non lascia spazio a troppi highlights e questo, in soldoni, porta Tuxedo II sull’orlo del precipizio della tipica sensazione datutto troppo uguale”. Senza lasciar troppo spazio a possibili catastrofismi, resta comunque un’innegabile voglia di spolverare le scarpette da ballo e di ondeggiare tra la folla per sentirsi dei novelli Tony Manero dalla pelle scura.

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