• Gen
    22
    2016

Album

Drag City

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Il glam per uscire, almeno in parte, dal semplice garage. Questo il percorso che sta seguendo Ty Segall, o almeno quello che pare avere intrapreso nei dischi a suo (unico) nome. Galeotta sarà stata la pubblicazione recente di quel Ty Rex già (in nuce) edito in due EP negli anni passati? Non crediamo. La glam-izzazione – se ci passate il termine – è in atto all’interno dei suoi dischi non di cover già dai tempi di Twins (ricordate il video dell’opening Thank God For The Sinners?). E non è assolutamente un male.

Non è assolutamente un male perché, superati i primi bei dischi puramente garage-punk di Segall, la sua formula rischiava di affossarsi in una sorta di stasi da Ramones: sempre lo stesso buon disco, sempre canzoni tirate, ma zero movimento reale. Certo, se si hanno buone canzoni e conoscenza del contesto di provenienza, questo problema diventa secondario, ma Segall pare voglia altro: il suo è ormai un viaggio in tutto ciò che le chitarre hanno dato dagli anni Sessanta in poi, se si parte dal presupposto di escludere quelle regioni dell’universo delle sei corde più complicati, fatti di tessiture e trapassi post. D’altronde, il contesto è quello: il revival (si può chiamare così?) di quel suono sporco che ha trovato nella California il proprio centro nevralgico e, ad esempio, nei Thee Oh Sees la grande controparte.

Nella musica di Segall convivono il garage delle distorsioni e delle voci filtrate, il glam (appunto) dei riff suadenti e dei coretti sexy, l’hard rock proveniente dall’esperienza Fuzz, il pop e la psichedelia. Una centrifuga che regala cavalcate come Diversion, l’impasto organo-chitarre-batteria quasi stomp dell’iniziale Squealer, la centrifuga noise-psych di California Hills con i versi irresistibili che cadono in buche rumorose. Ci sono poi, qui e là, segni di slancio in avanti, come la batteria dal suono metronomico della traccia che dà il titolo al disco o la chiusa The Magazine, con una sezione ritmica dal suono quasi industrial trafitta poi da un battimani assassino.

Nonostante l’iper-produttività, Segall ci regala un altro ottimo disco. La tentazione sarebbe di consigliarlo solo agli amanti del genere, ma la verità è che la penna del californiano, sotto la scorza urlante di distorsioni e rumori, sa regalare momenti coinvolgenti e spesso leggeri, buoni anche per chi è meno avvezzo a simili categorie sonore.

19 Gennaio 2016
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