• gen
    26
    2018

Album

Drag City

Add to Flipboard Magazine.

C’è una cosa buffa che mi viene in mente, quando guardo la figura di Ty Segall: è un processo di autoconvincimento totalmente arbitrario, un’ingenua convinzione che mi fa sorridere, ma che in un certo senso cela un fondo di verità. Alle volte l’ho visto su un palco, dove si atteggia come un ragazzino che gioca a fare la rockstar davanti allo specchio del bagno, e mi è capitato di pensare (non so a voi) che Ty avrebbe potuto davvero salvare il rock, o che ancora meglio l’avrebbe fatto senza accorgersene, con l’incosciente naturalezza di chi ha poca cura di ciò che gli sta attorno, quindi cerca di trascinarselo dietro, di attrarlo a sé – in questo rimane, nelle mie impervie ed oblique architetture mentali, seduto nel gotha degli showman innati, tipo Fiorello, Andy Kaufman, Cassius Clay e gli altri. Lo guardo divincolarsi nel sudore appiccicoso della salopette di jeans con sulla faccia una maschera in lattice da bambino, sorrido come un ebete e penso: «questo se li mangia tutti quanti».

E in effetti, seguendolo nel corso di un lustro, vedendolo crescere (o degradare) dapprima nelle spirali vorticose di suoni sporchi e arrabattati, poi nell’attuale veste di santone freak ed emulo/cultore delle stravaganze glam, ho maturato la convinzione che Segall fosse un portatore sano di quella che un certo Morrison (no, non Morrissey) chiamava mojo: come dire, quella scarica elettrica che lega l’Elvis che idealmente “mostrava il pacco” alle minorenni in diretta nazionale e il Gene Simmons che sputa sangue sul pubblico, senza soluzione di continuità, ma pure legato a un certo modo di fare musica, di pensare la musica e in fondo di omaggiarla, senza dimostrare di avere niente in meno di illustri predecessori come Thee Oh Sees, o ancor più indietro Royal Trux e Black Flag, in quanto a intensità e cazzutaggine. Il fatto è che questa convinzione si è indurita, ha preso forma e peso specifico, e quasi era tangibile quando giusto un paio di anni fa (che paiono anni luce rispetto alla sua frequenza di pubblicazioni, senza dubbio) il Nostro vagabondava con la suddetta maschera da infante ed una backing band di notevole caratura, tali Muggers (praticamente i Wand, Mikal Cronin e King Tuff), mettendo a referto la sua raccolta di canzoni più coesa, sintetica e coerente, seppur nella sua stranezza e con un gusto del grottesco le cui tracce sono state lasciate nelle falde acquifere della Baia dai Residents.

Ho iniziato poi a capire, dall’omonimo successivo (un buon album, in fondo onesto, ma quasi mai memorabile, e ne parlavamo giusto un anno fa di questi tempi) che a Segall non interessasse più di tanto seguire quest’ambizione, assecondare la fame chimica di tanti nostalgici del “vero rock” che si sono ormai rassegnati a nascondersi in una triste trincea fatta di Virgin Radio e libri della Maugeri, aspettando invano la cavalleria. Ecco, la definizione che più calza per descrivere quella fase segnante del suo percorso, è quella di egoismo: non in senso cattivo (mai ce ne voglia il buon Ty, ché già l’abbiamo fatto penare e non poco), ma proprio nel fatto che forse siamo stati abituati da lui a standard abnormi, e quella prova in studio sembrava meno generosa, meno forte come dichiarazione d’intenti. Segall è uno stakanovista, per di più borioso, che tende sempre a sottolineare tacitamente che lui ha un retaggio nobile, che è partito dalle cantine e molto probabilmente raggiungerà i palazzetti o altre strutture degne della sua mole; e in fondo ci piace, anzi, ci compiace questo suo aspetto, da fratello maggiore (o minore) che gioca a fare la rockstar davanti allo specchio, che fa il gioco dei rimandi e copiaincolla i riff a ripetizione come uno dei fratelli Young. E vince sempre. O quasi: è il caso di molti artisti a lui coevi, dai Thee Oh Sees ai White Fence (che in realtà si sono dati una bella calmata e non escono da un bel po’, se ci fate caso), e ok, forse non sarà il caso degli stimatissimi e veneratissimi King Gizzard & the Lizard Wizard – davanti a cui il buon Ty può solo impallidire e chinare il capo, in fatto di uscite pazze, dopo il 2017 appena trascorso –, ma la maniacalità, la bulimia creativa che ti porta quasi a registrare le tue canticchiate al cesso e metterle cinque minuti dopo sul tuo Soundcloud, è croce e delizia per molti di questi artisti. A volte, ascoltare gli album di Segall mi riporta alla mente i Nuggets di Lenny Kaye, quelle maxi raccolte di cianfrusaglie curiose ed oggetti non identificati di cui il Nostro dev’essere stato un avido divoratore. È una scelta, del resto, e come tale la rispettiamo, anzi aspettiamo un’uscita nuova che possa smentirci, come ad esempio il Sentimental Goblin EP pubblicato a metà dell’anno appena trascorso, che è tanto breve quanto intenso e che ci regala uno dei brani più belli del suo immenso repertorio, ovvero la ballata onirica, sonnecchiante e lo-fi Black Magick, in cui Segall, con fare messianico, ci dice che la magia nera salverà tutti quanti.

Ty Segall, dal canto suo, crede di poter salvare il rock ‘n roll, di liberare quei poveri cristi in trincea e autoproclamarsi il nuovo Sovrano: All Hail, Segall! Allora qui si vince o si muore: Freedom’s Goblin è il nome dell’operazione, la Freedom band il plotone con cui portarsi a casa la bandiera. E Ty decide di farlo in grande stile, tornando alla formula zibaldone di Manipulator (del 2014, altro disco riuscito, tutto sommato), ed affidandosi ad una guida spirituale di tutto rispetto, mr. Steve Albini, saltabeccando tra Chicago, LA e Memphis. C’è una traccia di tutti questi luoghi, nei diciannove brani dell’LP, in cui Segall torna a non risparmiarsi ed a concedere varie sfumature di sé: dapprima gioca a fare il Bolan, ancora una volta, nella grandeur orchestrale di Fanny Dog o in episodi sparsi in cui lega sostanzialmente il suo lato più puro e crudo e le ambizioni da songwriter consumato con la ballad definitiva nella tasca destra dei calzoni, come nel singolo Alta, o in Rain, impreziosite da decadenti fiati mariachiProponendo il solito ricettario ricco di pietanze di vario tipo, Segall vuole essere un po’ l’Artusi del rock ‘n roll, e prende pure a prestito i passi di danza e il groove ritmico della disco music, in una sua versione inedita, dilettandosi nella cover della splendida Every 1’s a Winner degli Hot Chocolate (in cui ricorda Prince) e nel funk della successiva Despoiler of Cadaver, che risultano gli episodi più graditi dell’album, alla fine. Ty scopre un altro nervo, ci delizia con un altro dei suoi guilty pleasures sonori (tempo fa nelle interviste si professava un sincero ammiratore di Grace Jones) e con un’attitudine sensuale e ridicola al tempo stesso, salvo poi esplodere come una mina nei deflagranti schizzi punk-jazz di Talkin 3 e The Main Pretender, dove il senso dell’estemporaneità e della cazzonaggine totale prevalgono su un ordine e un rigore che mal si addicono a raccolte come queste, in cui spicca più la qualità di alcuni episodi isolati e il valore effettivo di Segall come padre di canzoni efficaci e singoli memorabili, più che di album funzionali e “narrativamente” impeccabili.

Freedom’s Goblin vince in questo, nel mostrarci finalmente un Segall rilassato, che diverte e si diverte, che lascia scorrere tutto un po’ a casaccio ma genuinamente, come lo shuffle di una playlist a una festa in cui nessuno sta ballando. Seppur penalizzato da una lunghezza proibitiva (amplificata dalla jam finale And Goodnight), per la quale probabilmente non verrà ricordato a lungo come alcuni dei suoi predecessori, questo album è uno scrigno che contiene piccole perle da custodire e che segnano un altro, lento, storto passo nel cammino per l’ascesa al trono di Ty Segall.

25 Gennaio 2018
Leggi tutto
Precedente
Paletti – Super Paletti – Super
Successivo
Starcrawler – Starcrawler Starcrawler – Starcrawler

album

recensione

recensione

recensione

recensione

recensione

recensione

recensione

recensione

Ty Segall

Ty Segall band – Slaughterhouse

Altre notizie suggerite