Recensioni

Uno dei maggiori pregi dei Tyvek è che non annoiano mai, e lo dimostrano nuovamente in questo album, che arriva a quattro anni dallo scorso On Triple Beams: ancora una volta il punk della band viene filtrato dalla fucina di idee del perno Kevin Boyer e arricchito dai vari musicisti di quello che, negli anni, si è dimostrato un vero e proprio collettivo di artisti. Basti pensare che nel decennio abbondante di attività del gruppo più di una ventina di musicisti ha suonato nei Tyvek, ma quello che potrebbe essere sinonimo di confusione è in realtà un valore aggiunto che garantisce una versatilità dinamica ad ogni album.
Origin Of What non si sottrae a questo processo e regala ottimi momenti sin dai primi brani: in Tip To Tail i Nostri si mascherano da primi Clash e da Kinks più sporchi, per poi tornare alla loro identità in Can’t Exist, che rompe subito il ritmo premendo sull’acceleratore punk con risvolti noise, e Girl On A Bicycle, dove ritmiche diverse vengono catturate da un turbinio caotico in cui voci in delay e feedback di sottofondo imperversano, rendendo quasi difficile la comprensione. Quando arriva una Gridlock che spezza nuovamente il flusso con la sua cadenza da marcia oscura, il risultato straniante è lo stesso che nasce dall’ascolto della title-track, il brano più lungo del lotto coi suoi cinque minuti abbondanti di durata. Strumentali, punk, vintage-rock, psichedelici, sporchi e inaspettatamente romantici, i Tyvek danno l’impressione di divertirsi senza ritegno a ridisegnare le proprie radici con la solita poliedricità.
Detroit è la nuova Manchester post-industriale, sulla quale vomitare il nichilismo di un periodo storico incerto dal quale si sfugge per trovare riparo nella propria visione cinica della realtà: questa fuga è resa in Origin Of What attraverso un post-punk che oscilla tra folate intellettuali e cantilene infantili, quasi primordiali, e un lo-fi acido, malsano e immerso nel garage urbano. Un ritorno alle origini per certi versi, come il titolo del nuovo album dei Tyvek suggerisce, ma anche un’idea di musica che trae vigore dall’impatto anafettivo e claustrofobico di questo disco.
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