• Set
    22
    2017

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Neurot

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L’otto, come simbolo dell’infinito, rompe gli schemi fissi, il senso di inevitabile caducità delle cose, il caos controllato e le ferree regole della numerologia: rovesci l’otto e resta uguale, puoi capovolgerlo quante volte vuoi, ma la sua essenza e la sua forma restano immutate. È un numero “spaventoso”, in tal senso, tanto arcaico e legato a certo simbolismo mistico, quanto singolare e astratto: due linee sinuose che si muovono, si allungano e s’incontrano in un punto critico. Gli Ufomammut non saranno esperti di numerologia, anzi, ma sembra che la loro musica – per quanto sia la musica una “scienza” anch’essa inevitabilmente governata dai numeri –  si sia nel corso degli anni slegata dai significati di tempo e spazio, di inizio e fine, tendendo appunto a infinito, mediante rituali mantrico-spaziali e cavalcate soniche che estraniano l’ascoltatore e la band stessa, giunta adesso all’ottava fatica discografica.

Il titolo pare quindi immediato, e sembra anche rispondere alla ricorrenza (quasi inquietante) del quattro nel mondo dell’hard & heavy (il Vol. 4 di sabbathiana memoria, o l’ottimo IV dei Black Mountain, uscito solo un anno fa); l’otto, e il concetto di infinito in senso lato, permeano quest’ennesima opera del trio astigiano, partendo dal numero di tracce che si susseguono, sfumando e confondendosi tra di loro, in un continuum che fa pensare che i quasi 44 minuti (quattro e quattro, una coincidenza? non credo) dell’album siano in realtà una sola, lunga e pesante allucinazione infernale. D’altronde non è un mistero che Poia, Urlo e Vita cerchino di trasfigurare ogni loro pezzo d’arte in qualcosa di torbido e sinistro, che scuote le viscere di chi ne fruisce la malevola fattura: il trio, oltre a produrre mostri sonori, è noto per il progetto grafico Malleus, attraverso il quale lega la propria musica (e quella di altre entità sonore) ad un immaginario ben definito, che attinge a piene mani tanto dal surrealismo orrorifico e grottesco di Bosch e alle visioni mistiche e spaziali di Moebius, quanto dall’erotismo ambiguo delle figure femminili di Manara e dalle bestie bibliche delle illustrazioni di Goya.

8 è un album che si muove, quasi inevitabilmente, su queste coordinate, sonore o visive che esse siano, ma “allunga” e accresce quella sensazione di disagio e terrore (la componente doom e i momenti più brutali) misto estasi e fascino perverso (la componente psichedelica e i passaggi più spaziali) che da sempre sono gli ingredienti della formula degli Ufomammut, qui mescolati e rimestati con ancor più enfasi da un minutaggio, come visto, non così monstre, ma deformato dalla sequenza fluida delle tracce. Magari non riusciranno mai a raggiungere i livelli di densità degli Sleep, o ad alzare la puzza di zolfo come facevano i Cathedral dei bei tempi andati – tanto che i metallari della prima ora scappavano spaventati a morte -, ma se l’Italia ha un suo posto nella cartina geografica dei suoni pesanti, in gran parte lo dobbiamo anche a loro, alla capacità di mescolare con  sapienza quelle suggestioni di scuola Hawkwind con il bello e allegro immaginario di cui sopra e decenni di nozioni-base che, gira che ti rigira, provengono sempre da quel commovente librone nero e viola che risponde al nome di Master of Reality (senza voler sparare a zero, ci mancherebbe, ma ci sono altre band del circuito che prosperano da anni mediante una formula stantìa e ritrita di gore movies anni settanta, rituali orgiastico-satanici e feedback sparati alla carlona. E non facciamo nomi, chè magari qualcuno un sortilegio di quelli tremendi ce lo manda per davvero).

Ecco, in questa mitologia, gli Ufomammut possono tranquillamente essere annoverati come uno degli arcidemoni più autorevoli e temuti, autentici baluardi del sound luciferino: 8 è forse la loro opera più ambiziosa dai tempi dei due Oro (2012), probabilmente la più riuscita dai tempi di Lucifer Songs (2005), lasciandosi progressivamente alle spalle le lungaggini dei loro episodi più marcatamente funeral e aggiungendo invece un dinamismo e una garra che conferiscono ferinità e grinta all’amalgama sonora, già di per sé legittimata dalle registrazioni in presa diretta e messa in luce dall’ottimo lavoro al deck dello storico collaboratore e fonico Ciccio e di Fabrizio San Pietro dei Crono Sound Factory di Vimodrone – “ridente” località del milanese costantemente ammantata da una sinistra nebbia che, oltre a ricordare il titolo di uno dei capolavori assoluti di Cronenberg, forse cela un passaggio diretto per le profondità della terra.

Forse è per questo che 8 suona così bene, dandoci l’impressione lampante che gli Ufomammut siano più in forma che mai, nonché ancora una live band mostruosa: scontratevi con questo album, e ne uscirete a pezzi.

14 Settembre 2017
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