• Gen
    01
    2019

Album

Les Disques du Crepuscule

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Del 1993 era la loro collaborazione con Robert Wyatt. L’album era l’ottimo United Kingdoms e seguiva giusto a due anni di distanza Every Man And Woman Is A Star, fondamentale crocevia tra le macchine prestate al rave e gli strumenti acustici che avevano reso gloriosa la tradizione del folk inglese. Erano gli anni in cui l’acid house generation britannica e l’Europa tutta chiedevano la catarsi a campagne immaginate dalle casse di una chill out, le Fluffy Clouds risuonavano in cielo i cerchi del dub e nell’aria ancora pulsava una (second) summer of love, che tra i tanti nastri riavvolgeva quello verso l’exotica, la lounge (vedi Black Dog) ma anche Canterbury, via Mr. Steve Hillage.

Gli Ultramarine tornano l’1 gennaio 2019 sulle piattaforme di streaming con un album marchiato Les Disques Du Crépuscule, l’etichetta belga che aveva pubblicato il loro esordio sulla lunga distanza, il non meno importante e fondante Folk. Quel Folk che non era poi l’inizio di tutto, ma il disco che seguiva a quattro anni di distanza l’unico lavoro licenziato sotto la sigla A Primary Industry, album intitolato proprio come il pantone per il quale il duo diventerà noto, Ultramarine. Un viaggio ancora intriso dei clangori e delle distopie del post-punk, quello in quartetto, che tuttavia apriva a riferimenti e latitudini sonore che in seguito verranno approfonditi in duo.

Per questo settimo lavoro lungo, Signals Into Space, Paul Hammond e Ian Cooper, chiusi in uno studio senza finestre dell’Essex, volevano al contrario un lavoro maggiormente corale e accessibile, da contatto umano e col mondo, aperto a collaborazioni che potessero arricchire la palette di colori del loro elegante giardino sonoro, approntando nuove coordinate alla loro space age pad music e a quest’ambient wave che da Londra guarda all’equatore, aprendo così nuove prospettive-città abitate da deserti e isole tropicali. Arruolata a tal scopo Anna Domino, figura di culto degli 80s sempre sulla sopracitata etichetta belga, e qui perfettamente calata in un elegante fraseggio tra il jazz, il soul e il pop, dai richiami e dalle umbratilità inevitabilmente wavey. Quattro i pezzi in cui canta sospesa da terra o avvolta dalle correnti del mare, tutti ottimi: la bluastra Spark from Flint To Clay con drappeggi di vibrafono (suonato da Ric Elsworth), la solare ed exotica Arithmetic, la sinistramente jazzy e off teatrale (dalle parti di Grace Jones) $10 Heel e la marittima con sfregamento di bicchieri, legni e immagini d’opera riflessi nell’acqua Signals into Space.

Il resto non è da meno e si sovrappone agli episodi sopracitati con elegante delicatezza. Alla cadenzata Elsewhere il compito di aprire il disco: synth in avvitamento elicoidale, aperture d’effetti su caldo fondale orchestrale, il tutto mentre una metronomica drum machine è in iconico preset. Breathing è bossa metafisica da chiacchiericcio urbano, e sempre guardando al meridione del mondo in Du Sud la sagoma ad affiorare è quella di Wyatt, da quelle che sembrano maglie di un sogno sospeso sulle note di una Fender. Equatorial Calms, che dipinge la tela ad acquarello, ripete l’incantesimo e tiene egregiamente il rapimento, Cross Reference apparecchia refrain invisibili (merito del sassofonista Iain Ballamy, vedi cataloghi ECM, Food, Loose Tubes), mentre la chitarra intarsia marmoree note à la Tortoise. Tanta impalpabile eleganza, tanto trasporto, texture aeree, infinitesimi dettagli che emergono anche accostando l’orecchio negli spazi tra le vaporose note, tra quelli e la compunta sezione elettronica. Il disco è stato registrato e missato a Londra da Andy Ramsay degli Stereolab. Garanzia su garanzia.

1 Febbraio 2019
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