• Feb
    03
    2015

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La Tempesta Dischi

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Più passano il tempo e i dischi, più ci pare che l’ex Moltheni, Umberto Maria Giardini, aspiri a diventare un musicista ripiegato su sé stesso e circoscritto nel suo universo a volte autoreferenziale. La cosa, in sé, non è sempre un difetto, ma nel caso del bolognese d’adozione sembra ormai una evidenza. In questo Protestantesima lo cogli in alcuni testi (tra i tanti, quelli di C’è chi ottiene e chi pretende) al solito piuttosto peculiari ma, diversamente da altre volte, col marchio di quella che ci pare una riflessione autobiografica più stretta e talvolta un po’ ad effetto. Gli stessi testi che chiamano in causa, tra le altre cose, la natura (altra grande costante del musicista, come lui stesso ci ha confermato) e che non hanno comunque nessuna aspirazione a rientrare negli steccati stilistici della canzone d’autore comunemente intesa (Giardini dixit).

E infatti si procede per immagini risultato di un intreccio tra musica e parole (Il vaso di Pandora) e veicolate da una voce sempre più equilibrata e profonda, oltre che capace di qualche buona uscita virtuosa. Immagini che talvolta riescono a tenere alta la tensione (le notevoli Urania, Amare male e Pregando gli alberi in un ottobre da non dimenticare) e in altri casi non sempre sostengono adeguatamente le aspirazioni (Molteplici e riflessi) di una musica che qui procede spedita verso quello che è l’obiettivo dichiarato di Giardini, ovvero «suonare un rock comunque elegante, più classico rispetto a quanto si sente in giro generalmente». In generale, siamo in bilico tra atmosfere evocative e sognanti (Sibilla), richiami al Moltheni più riconoscibile (Protestantesima), geometrie vagamente post-rock e (ancora più vagamente) prog e il classico impianto melodico (in senso buono) a cui ci ha abituati il musicista nel tempo.

Di certo una musica strutturata, a suo modo anche complessa nella gestazione (ma non nell’ascolto, anche se non vi basterà un semplice passaggio per cogliere tutti i particolari), che sembra quasi voler lavorare a un livello percettivo che vada oltre il semplice apprezzare la coesistenza di musica e parole a cui siamo solitamente abituati. Un mood generale che è anche “interpretazione controllata”, senza sbavature, oltre che semplice creatività. Quando tutto questo non diventa solipsismo o inflorescenza allo specchio ma sceglie l’empatia, siamo ancora su un ottimo livello

11 Febbraio 2015
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