Recensioni

Sull’utilità si potrebbe discutere, sulla riuscita – come al solito – niente da dire. Ad appena sei mesi di distanza da Sex & Food (recensione di Elena Raugei), gli Unknown Mortal Orchestra tornano con un nuovo album che più di tanto non aggiunge al suo eccellente predecessore e sembra rispondere più che altro a un’improvvisa e impellente urgenza espressiva degli autori. Ma anche quando risulta un tantino autoreferenziale, il combo di origini neozelandesi proprio non ce la fa a rendersi noioso.
Stavolta il disco è interamente strumentale e registrato in Vietnam, nei Phù Sa Studio di Hanoi. E infatti si chiama IC-01 Hanoi e le tracce – pure loro – hanno tutte lo stesso nome della capitale vietnamita, solo differenziate per numero. Come se fossero state catalogate, archiviate, protocollate. Non sono canzoni ma record, moduli, file, cartelle sonore da tramandare ai posteri con numeretto di serie come al catasto. O all’obitorio. Ma Ruban Nielson e soci sono più vivi che mai. Si sapeva del loro afflato internazionalista, ma andare nel paese di Ho Chí Minh e registrare un album con un musicista locale (tale Minh Nguyen) che suona strumenti del posto (tali sáo trúc e đàn môi) è sorprendente anche per loro.
Dicevamo della qualità in barba all’utilità. Ma se nella Storia dovessimo salvare solo i dischi davvero necessari, finiremmo tutti a scrivere di altro. E poi perché non interpretare questo bagno di cultura sud-est asiatica come un arricchimento, una possibilità che la formazione originaria di Auckland si è data per schiudersi nuove porte? E in effetti non potremmo essere più lontani da quanto ascoltato in Sex & Food, ferma restando l’originalità del prodotto finale e la capacità di miscelare ingredienti tra i più disparati. Il classico caleidoscopio di suoni e strumenti (oltre ad alcuni dai nomi impronunciabili, c’è anche uno scacciapensieri), ma molto più ostico e meno easy listening. Un preparato a base di funk, jazz (nelle più varie declinazioni, dal free all’acid al noir), psych, musica sperimentale, rumorista, futurista.
Ascoltare per credere il quarto passaggio e i 9 minuti e passa del settimo, dove protagonista è un sax impazzito che sembra un paziente di un manicomio in piena crisi di nervi, e che prende a spallate le pareti della stanza dov’è rinchiuso in isolamento. Chi lo suona, quel sax? Chris Nielson, il padre del fondatore del progetto Ruban, che nell’album è alle prese anche con tastiere e flicorno soprano. Buon sangue non mente…
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