Recensioni

Per quello che potrebbe/dovrebbe essere il disco della sua definitiva consacrazione, il songwriter neozelandese-americano Ruban Nielson, mente super cool del progetto Unknown Mortal Orchestra, non si piega in realtà ad alcuna concessione commerciale, a differenza – per calzante contro-esempio – di un Kevin Parker. Sex & Food è, sotto molti aspetti, un disco multi-lettura. C’è innanzitutto il desiderio di cimentarsi con il quotidiano (quello persino splendidamente terra-terra, “sesso e cibo”), per differenziarsi da chi tende a politicizzarsi a ogni costo, anche inevitabilmente. Qui la reazione è individuata in una sorta di maggior ottimismo, nella vita vissuta che si fa dichiarazione di intenti giorno dopo giorno.
Dal punto di vista sonoro, la scommessa è quella di disarcionare l’indie rock chitarristico dagli eventuali stereotipi che, nell’anno di grazia 2018, potrebbero tenerlo ancorato a una sin troppo prevedibile, sorpassata “decodificabilità”. Dunque, ai cantati distorti su trame lo-fi si affiancano nuance disco music, influssi black e nervature funk, nel quadro di una visione musicale quanto mai eclettica, e finanche frammentaria nell’assecondare ogni estro, quasi come una playlist dall’approccio al cento per cento contemporaneo, fruttata non a caso da registrazioni apolidi. È un viaggio nello spazio, quello innanzitutto interiore, dunque quello probabilmente più psichedelico di tutti.
Dopo un esordio omonimo low profile, il gioiellino II – che sanciva il passaggio a Jagjaguwar – tracciava già le coordinate di una proposta a tratti geniale nell’impossessarsi di materiale risaputo e trasformarlo in qualcosa di attuale ed eccitante, ampliando i propri orizzonti e frullando space pop, folk, stoned rock e soul Prince/Toro y Moi. Multi-Love, tre anni fa, estremizzava il tutto con evidenti sforzi produttivi e maggior varietà di generi toccati, tra sintetizzatori vintage e forma-canzone di quando in quando addirittura immediata. A Sex & Food, per quanto i suoi brani siano in media molto focalizzati, ciascuno con le proprie peculiarità, non è invece così semplice star dietro, oppure lo è in maniera randomica, passando dai fiati che concludono Ministry Of Alienation al groove ballabile della deliziosa Hunnybee (in riflesso alla paternità), dai riffoni Queens Of The Stone Age anti-macho del primo singolo American Guilt alle luci da pista Eighties di Everyone Acts Crazy Nowadays, sino alla post-apocalittica ballad acustica This Doomsday o all’R&B sci-fi di Not In Love We’re Just High (in riflesso alle droghe). Un album shuffle, di gusto e intelligenza, per il presente.
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