Recensioni

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Ogni discorso o recensione sulla musica mi fa un male incredibile”, e allora non parlerò di musica qui, perchè Uochi Toki significa non musica che è musica, rap che non è rap e che va oltre il rap, e dibattere se il loro sia rap o non rap, musica o non musica, significa non aver capito assolutamente nulla di quanto vogliano comunicare senza poter comunicare. “Parlare di musica è come ballare di architettura”, e non avrebbe senso scrivere di un disco simile con una critica musicale che ragioni “riducendo tutto a questo è meglio, questo è scarso”, o si autocompiaccia in citazioni del tipo “questo suona come quest’altro”. Siamo davanti all’opera sicuramente più ambiziosa e complessa del duo, che sembra segnare un punto di non ritorno, articolando una frammentata ma estremamente coerente riflessione sulla lingua e sulla propria cifra espressiva.

Nel primo disco che compone l’opera (Un Disco Rap) il rap è (forse) il punto di partenza: “sei tu che assomigli al rap o è il rap che ti assomiglia? Poco importa, perchè come tutti i linguaggi dopo un po’ si cristallizza anche se si immette nuova linfa; allora lo si inscatola, lo si identifica, col terrore che si estingua”. E allora basta con il rap che mette “la rima sul rullante”, apriamoci a nuove esplorazioni, espandiamo le pareti delle nostre camerette: “un essere umano unico ci illuminò le orecchie: fu il nostro primo ascolto elettronico, parlo di Confield degli Autechre; tutti i rapper dovrebbero provare a scrivere su quelle tracce. […] Il rap, la musica elettronica, insieme, per gioco, senti qua”, ma non pensare che sia qualcosa di innovativo o sperimentale, fai attenzione perchè “la tua testa e la tua orecchia quando sono atrofizzate sono troppo facili da impressionare”.

Il (non) rap degli Uochi Toki non è ballabile, non è gangsta, non è in rima baciata e (non) va a tempo: “è tempo che si sappia che il tempo non è sabbia, ma si sposta come seppia in acqua con una volontà che non capisci con velocità” e il rap a tempo è una gabbia, Napo va a tempo ma il suo tempo varia. “Liberarsi dal talento, non prerequisiti ma solo quesiti”. La sua è una prosa (anti) poetica e fulminante, che vive di ossimori e di incomunicabilità, di intuizioni acute e (in)trasmissibili, che si stagliano per un istante nitide nella loro ovvietà e che ti spalancano le porte di una nuova comprensione delle cose partendo da spunti tra i più disparati: droghe, amicizia, macchine a benzina, dialettismi e lingua italiana, talento, cartoni animati, sesso anale e tabù della defecazione, fino alla necessità di“andare oltre un secolo di critica” e di approcci scolastici per leggere la poesia di Leopardi: “il lettore vede siepe se gli indichi la siepe […]. Ma io ti leggo non su carta, dove scripta manent fermae, come una natura morta; io ti leggo ovunque voglia”.

Esiste un numero tendente ad infinito di modi per dire “neve” in eschimese, e la comprensione di ciò che viene detto è sempre filtrata da quell’insieme di esperienze e idiosincrasie che nella loro totalità rendono un individuo unico e distinguibile da un altro. Il messaggio non sarà mai capito esattamente per come era stato pensato da chi lo ha formulato, e allora l’esperienza comunicativa altro non è che una continua sequenza di partite a telefono senza fili, e la fruizione di una qualsiasi forma d’arte è la captazione e rielaborazione di segnali oggettivi che nascono da una creazione soggettiva, per essere filtrati ed assimilati da un’altra sensibilità diversamente soggettiva. E allora un’esperienza non può essere comunicata, una sensazione non può essere oggettivata. E tutto questo accade nel primo disco e “forse potremmo spiegarlo in parte se ci fosse un secondo disco finito questo”, ma fortunatamente eccola lì la seconda metà di questo Limite Valicabile.

Nella Fine del’Era della Comunicazione il cammino si fa ancora più arduo e impegnativo: le parole di Napo si fanno un po’ più rade ma ancora più dense, in una serie di considerazioni sulla (in)comunicabilità (in)coerenti e più frammentate, sostituite in alcuni momenti dalle basi di Rico, sempre superlative, che sembrano talvolta intervenire quando i testi arrivano al limite di ciò che è possibile dire. Tempo, fantascienza, film, anime, cambiamenti di era evidenti ma non rappresentabili o collocabili, fino all’estinzione della parola, dipingendo oscure lande elettroniche impervie e squassate. Impossibile dire come proseguiranno il loro percorso gli Uochi Toki dopo un’opera simile. Voi intanto fatevi una pensata, “datevi una svegliata”, ascoltatevi questo disco di dischi. “I limiti esistono, ma hanno la consistenza che gli si vuole dare”.

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