• Lug
    12
    2019

Album

Temporary Residence

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Quello di Soap è l’attacco più facile e prevedibile possibile, tra chitarre urticanti, interplay ritmico pachidermico, voce scazzata. Eppure è l’attacco che chiunque cresciuto a pane e chitarre, a noise e grunge, a botte di illusorie quanto affascinanti bolle alla “Catania come Seattle”, vorrebbe sentire. Gli Uzeda sono tornati senza essersene mai andati veramente, dispersi in apparenza ma presentissimi: vedi l’ultimo bel lavoro targato Bellini e il trentennale dell’attività che ha di nuovo convogliato sulla città etnea il meglio del meglio di quel giro di amici, prima ancora che musicisti, che va dai Black Heart Procession agli Shellac ai June Of 44. Ma non se ne sono andati perché non sono un semplice gruppo musicale, ma sono uno dei più longevi, dei più rigorosi, dei più “fraterni” gruppi che l’Italia abbia mai prodotto; e quindi ogni loro album è una celebrazione di una Italia, periferica, provinciale, distante, di nicchia e tutto quel che volete, che non si piega e non si spezza, ma porta avanti una passione con la schiena drittissima, che si sbatte in proprio e crea circoli e percorsi che una volta si sarebbero chiamati “scena”.

Detto questo e assimilato questo punto di vista, la musica potrebbe pure scivolare in secondo piano. Ma gli Uzeda, musicalmente parlando, sono una potenza tanto e più forte di quel che si è detto sopra e hanno veramente la sfortuna (subito trasformata in fortuna, altro segno delle capacità del quartetto) di essere nati in Italia, perché hanno da sempre introiettato un suono che è quintessenzialmente americano, riconoscibile in una longitudine e una latitudine sonora che ingloba Louisville e New York, Chicago e Minneapolis e che i quattro siciliani e lo hanno risputato fuori amalgamato e ridefinito. Come in questo nuovo passo, che giunge a più di un decennio dal precedente Stella, con la solita ruvidezza sonora, col solito intarsio strumentale, con la solita granitica sezione ritmica formata dal basso di Raffaele Gulisano e dalla batteria di Davide Oliveri che supporta l’acidità della chitarra di Agostino Tilotta, ma anche con una insolita apertura “melodica”, sia nel cantato di Giovanna Cacciola che proprio nella strutturazione del suono generale. Dai, si sarà capito: siamo di parte, ma come si fa a non esserlo quando una integrità e una passione simili si uniscono a un suono tanto velenoso quanto appagante?

Lunga vita agli Uzeda, alla provincia, all’impegno, all’amore e alla fratellanza. Lunga vita a quella cosa che “ovunque la getti, rimarrà in piedi” perché a rimanere sempre in piedi è destinata.

14 Luglio 2019
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Uzeda

Quocumque jeceris stabit

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