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7.4

A ben otto anni di distanza da Different Section Wires arriva Stella. Non fosse altro che per questioni di età, ci si aspetterebbe degli Uzeda più ammansiti, riflessivi, quasi a disagio con il lessico del rock. E invece basta l’iniziale Wailing a mettere le cose in chiaro: basso rutilante e corposo, chitarra che pare un intonarumori, siamo al cospetto di una delle cose migliori mai scritte dal gruppo. La voce di Giovanna si è fatta matura e duttile: non disdegna insoliti virtuosismi (Steam, Rain, And Stuff, Camillo), e in Time Below Zero si lascia addirittura andare a pantomime Björk.

L’assetto a quattro è rodato dall’instancabile attività live: apparentemente avulsi e autosufficienti – quasi avessimo a che fare con musicisti jazz -, chitarra, basso e batteria percorrono sentieri aspri e accidentati che per incanto conducono a sintesi perfette (What I Meant When I Called Your Name, From The Book Of Skies). La chitarra di Agostino, in particolare, si inerpica in acrobazie sempre più ardite, emette suoni al limite dell’immaginabile, reclama a gran voce e a più riprese (Wailing, This Heat, Time Below Zero) almeno un ruolo da comprimario. Otto anni per meno di trenta minuti di musica, ma tanta pazienza sembra esser sata ripagata: Stella ospita i migliori brani dai tempi di Waters e, forse, i migliori Uzeda in assoluto.

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