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Non sarà un caso se due band coetanee e ugualmente di culto tornano a riaffacciarsi sulla scena quasi in parallelo. I Van Pelt di Chris Leo e gli American Football di Mike Kinsella rappresentano un momento ben preciso nell’indie di fine anni ’90, un periodo in fondo incompiuto (e non ancora riscoperto adeguatamente) in cui il rock con le chitarre “ci provava” fino alla fine, lavorava su stesso per andare avanti senza riciclare il passato ma trovando nuove risorse nel suo percorso dinamico, quello per intenderci che dal post-hardcore aveva portato allo slow core e al post-rock, da Hüsker Dü, Sonic Youth, Fugazi, Big Black a Slint e Codeine.

Da una parte Chris Leo con i suoi Van Pelt, dopo i trascorsi emo (Native Nod), si dedica a una “rilettura” del pop-core in chiave più mentale e “progressiva” – termine che alla fine degli anni ’90 non era più un sinonimo di vecchio prog ma del concettualmente ancora “nuovo” approccio post-rock. Gli incastri tra emo, punk, cantautorato colto, noise rock, Codeine, Slint di Sultans of Sentiment, rimasti scolpiti nel loro tempo, sono così brillanti che luccicano ancora oggi nei solchi di Tramonto, il doppio LP live registrato in Italia due anni fa durante il tour che ha riportato il gruppo sul palco. Quello che sorprende in positivo sono proprio la maturità e allo stesso tempo la freschezza delle esecuzioni, che se non superano i vecchi dischi di certo non li fanno rimpiangere (e aprono a questo punto a nuovi possibili sviluppi). Quando il talking letterario di Leo incontra la musicalità splendidamente angolare con frange dissonanti di Nanzen Kills A Cat o Yamato, Where People Really Die non si avverte la minima ruggine su quelle trame così intense e eppure così argutamente ellittiche (7.5).

Dall’altra parte c’è Tim Kinsella per cui gli American Football rappresenta(va)no un parziale ritorno alle origini dei Cap’n’Jazz rispetto al suono più astratto dei Joan of Arc del fratello Tim. Nell’album del 1999 la dialettica tra post-rock, emo e slowcore si risolveva nell’approdo inaspettato a una forma molto evoluta di folk-rock, che ai classici giri e riff prediligeva i movimenti avvolgenti di arpeggi e i tempi sincopati delle derive più tecniche dell’indie. Le lunghe ballad sono pure il punto fermo del successore del 2016, anche questo senza titolo. La differenza è che nonostante i soliti preziosismi nell’arrangiamento strumentale, i nuovi pezzi risentono di un’impostazione più tradizionale, che dà risalto alle linee melodiche del canto, in primo piano nella scrittura e diremmo anche nel missaggio. Parlare di delusione è un tantino esagerato, però il bis appare meno stimolante dell’esordio – che anche nella ripetitività sapeva trovare microsviluppi avvincenti, come nella fluviale Stay Home. Nessuna o quasi delle nuove composizioni riserva questi guizzi: Home Is Where the Haunt Is, I’ve Been Lost for Song e I Need a Drink (or Two, or Three), ok, ricordano agli smemorati, se ce ne fosse ancora il bisogno, l’influenza diretta e indiretta che gli Smiths esercitarono su molte band emo. Where Are We Now e My Instincts Are the Enemy fanno egregiamente il gioco di pieni e vuoti con crescendo strumentali e cambi di tempo, però sempre seguendo lo schema della “ballatona” emo o cantautorale. Era lecito attendersi qualcosa in più (6.3).

2 Novembre 2016
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