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    27
    2015

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Diventa ogni volta più difficile approcciare una nuova uscita dei Verdena senza rischiare di cadere nel vuoto, nel limite della recensione fine a se stessa, nel vacuo parlare di una musica che sottende molto altro. Questa volta è Endkadenz (Vol. 1), il sesto lavoro in studio, a segnalare il loro ritorno sulle scene dopo quattro anni di assenza.

Sempre più complicato, dicevamo, perché riuscire a definire quello che c’è stato dopo il punto di svolta che fu, a quell’altezza, Wow, implica una serie di ragionamenti e discorsi in grado di inquadrare al meglio non solo la materia strettamente musicale, ma anche – e non potrebbe essere altrimenti – lo status attuale del gruppo. Il trio bergamasco si trova infatti ad essere, ad oggi, il più importante gruppo rock italiano, e forse, azzardiamo, anche l’unico che può ormai fregiarsi di questo titolo. Ed è un titolo importante, vista la frammentarietà di generi e stili attraverso cui si è strutturato l’indie di casa nostra (con esiti commerciali molto diversi fra loro) da un lato, e, dall’altro, il valore intrinseco di certe proposte, annegate talune in un rifacimento sterile e passatista, talaltre orientate ad uno sperimentalismo che di rock ha ormai ben poco.

Cose, insomma, che già sappiamo, di cui molto è stato detto e scritto, così come, allo stesso modo, sono stati versati fiumi di inchiostro sopra ogni singola uscita dei Verdena. Altro fatto da notare è infatti il modo in cui ancora i Nostri riescano a far parlare di sé dopo quasi vent’anni di carriera: l’attesa, il visibilio e pure l’idolatria che hanno raggiunto l’apice alla release di Wow, restano un traguardo senza uguali nel percorso dei tre, ed è lo stesso meccanismo che alimenta la ricezione e la fruizione di questo Endkadenz Vol. 1. Anche la divisione in due volumi (la data d’uscita del secondo è ancora ovviamente top secret) sembra quasi voler ribadire l’alone di mistero e autarchia in cui, da sempre, Alberto e Luca Ferrari e Roberta Sammarelli si sono rifugiati. Non sappiamo se per proteggersi dagli spietati meccanismi che agli esordi li dipingevano solo e soltanto come i cloni nostrani dei Nirvana, oppure se per evitare di svelare l’essenza di una musica che, spogliata da ogni ragionamento, resta comunque tra le più audaci e innovative che siano mai nate nel bulimico panorama alternative rock italiano.

Chi scrive si trova a dover distinguere: tra l’immagine santificata di una band dal successo indiscusso, venerata ai limiti del culto, e il talento vero, quello sì indiscutibile, di chi negli anni ha collezionato molti buoni dischi e anche un capolavoro. Wow, infatti, si presenta come l’unico termine di paragone con cui affrontare anche l’ascolto di Endkadenz. E non perché il secondo sia una semplice appendice del primo, semmai proprio per rendersi conto di come le differenze di Endkadenz derivino proprio dall’aver fatto, prima, un album unico nel suo genere come Wow.

Endkadenz, infatti, segna il ritorno alle origini, virando decisamente dalle evoluzioni psych-pop precedenti per tuffarsi di testa nella grandine hardcore e punk dei primi lavori. Un bagno nella ruggine degli inizi che si concede però anche il lusso – e, c’è da dire, con una certa classe – di poter guardare indietro: citando, o meglio, auto-citando le atmosfere a tinte sixties di Beatles e soprattutto Beach Boys, e omaggiando il cantautorato lieve, ma sempre diverso, di Lucio Battisti. A cominciare dall’iniziale Ho una fissa, risulta infatti evidente che i Verdena hanno cercato in ogni modo di non rifare se stessi, nonostante – ed è questo uno dei pregi di Endkadenz – il gioco facile che avrebbero avuto nel confezionare un altro Wow: spariti quasi del tutto i cori e il pop sì elettrificato, ma comunque ovattato, dei brani precedenti, Ho una fissa ci riporta con forza alle chitarre scure e pesanti che hanno caratterizzato buona parte della loro produzione, solo riarrangiate, rimasticate e sputate fuori  alla luce di un nuovo percorso. Un pezzo che fa da intro e da sintesi a tutto il disco: in altre parole, sonorità heavy e fantasmi tellurici nei quali l’impeto rombante viene smorzato da una certa propensione a ritornelli non sense (altro marchio di fabbrica) ma di sicuro effetto, come anche dall’equilibrio tra rumore e melodia.

Tutto questo lo troviamo, anche se in quantità ed esiti diversi, in ogni singolo brano, sia l’invocazione atipica di Puzzle – una ballata dolciastra dal sapore cantautorale, e forse uno dei pezzi più memori dell’esperienza Wow -, oppure il singolo Un po’ esageri, altro esempio di uno sguardo rivolto al proprio passato: un salto temporale che riporta l’ascoltatore al disagio sotterraneo proprio degli anni ’90, con chitarre dal suono volutamente elementare e richiami power-pop, dove il cantato battistiano incontra idealmente Kurt Cobain.

Ma non c’è solo questo. Ci sono richiami all’elettronica e al metal laddove l’intenzione è ricreare spazi claustrofobici e atemporali – l’urlo rotto e trascinato di Sci desertico, l’aggressione disperata di Alieni fra di noi e Inno del perdersi -, così come concessioni ad un romanticismo distorto e straniante, concretizzato nelle dilatazioni corali di Diluvio o nella rivisitazione eighties di Contro la ragione. E poi, come a trovarsi in un ipotetico gioco di specchi con la beatlesiana Rossella Roll Over, scatta l’esplicito omaggio, questa volta alla disco di Gloria Gaynor, con l’intro di I Love You Baby trasposto in Vivere di conseguenza.

A fine ascolto rimane un’impressione di lucida sospensione, in attesa che succeda qualcosa prima della fine. Un vaso di Pandora con tanti elementi e suggestioni indefinite che ritroveremo nel Vol. 2, esplorati attraverso la lente di quella cosciente disarticolazione a cui ormai siamo abituati. Salti e voli pindarici col marchio della ricercatezza, a voler ribadire la condizione di band unica nel suo genere: Endkadenz, infatti, pur con qualche limite e riserva su quello che sarà il secondo episodio, è un disco riuscito e meritevole di attenzione come pochi altri, con il difetto, però, di metterci di fronte alla grandezza di un gruppo che ha ancora molto da dire, ma, nostro malgrado, nient’altro da dimostrare.

27 Gennaio 2015
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