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6.7

Per parlare di indie rock impregnato di tutti quei crismi fondanti dell’era pre-Strokes è necessario tornare a Seattle, in quelle strade in cui si respira ancora, seppur in una forma principalmente nostalgico-commemorativa, il ricordo della stagione grunge e, più in generale, del periodo d’oro della scena alternative americana. Lo facciamo attraverso i Versing, band nata tra una lezione e l’altra alla Puget Sound Unvieristy di Tacoma ma attualmente ufficialmente stanziata in quel di Seattle. Una storia tutta northwest, in cui è più facile respirare quella grande provincia del The Lonesome Crowded West narrato dai Modest Mouse che le derive hip-cool di una città attiva come Portland. Guidati dall’ex fanatico dei Mars Volta Daniel Salas, i Versing si tengono alla larga da tentazioni prog-rock rimanendo sospesi tra improbabili estetiche nerd e pulsioni slacker ben condensate nell’esordio lungo Nirvana (titolo troppo facile, direte voi…), pubblicato a un anno di distanza dal promettente EP Nude Descending dalla piccola etichetta locale Help Yourself Records.

Se è vero che il mix tra chitarroni graffianti ed immediatezza melodica non sorprende più nessuno, bisogna dare atto agli americani di proporsi (più che) decorosamente come uno dei – tanti – gruppi in grado di traghettare la lezione anni ’90 (Pavement, ma anche Sonic Youth e Guided By Voices) fino ai nostri giorni, senza risultare necessariamente anacronistici o pedissequamente derivativi. I tratti sono muscolari con sferragliate prettamente rock ma l’occhio è sempre puntato sull’accessibilità: le chitarre scorrono liquide, si alternano, si incastrano, esplodono, sussurrano e si inseguono in modo assolutamente armonioso. Se preferite è indie pop sommerso dalle distorsioni. Un noise-pop che trova in almeno tre passaggi la perfetta quadra. Stiamo parlando di Call Me Out (cavalcata che per andatura ricorda Sunday Gloomy Sunday del nostro Smash), di Dii (tre minuti e mezzo con i connotati del più classico degli anthem indie/alt rock) e di Body Chamber, fluttuante tra crescendo ad altezza kraut e melodia presa in prestito dagli eroi del college-rock (riproposta poi in versione sgangherata nella successiva The Draw).

Altrove rimangono impressi alcuni cambi di ritmo, stop, ripartenze e improvvise aperture, a mantenere alto il tasso emotivo lungo minuti altrimenti forse un po’ troppo monocordi e non sempre ugualmente ispirati. In fin dei conti Nirvana è solamente un primo atto – compiuto – di una band che non sarà mai una game-changer dei nostri tempi, ma che, fatte le giuste premesse, può regalare più di una soddisfazione a chi ancora crede, imperterrito, nel potere delle chitarre distorte.

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