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7.2

È un disco difficilmente inquadrabile, l’esordio del collettivo intercontinentale Villaelvin, ma capace di stimolare anche importanti riflessioni sociologiche, oltre che di far smuovere, seppur in maniera inconsueta e irregolare, le anche e le natiche degli ascoltatori: dietro il nome leggermente didascalico si nasconde la producer, sperimentatrice e cantante inglese Elvin Brandhi, già parte dell’improbabile duo Yeah You (improbabile in quanto composto da lei e da suo padre, decisamente un unicum nel panorama musicale internazionale), e alcuni degli artisti affiliati all’etichetta ugandese Hakuna Kulala, non nuova a queste ibridazioni electro tra la vecchia Europa e i ritmi dell’Africa (pensiamo al recente lavoro realizzato in coppia dal francese Debmaster e dalla keniota MC Yallah).

In Headroof s’incontrano così alcune delle principali traiettorie elettroniche e sperimentali degli ultimi anni: dalla trance nineties e afro-futurista di Nkisi (riletta con tendenze noise nella lunga Kaloli) a bizzarre interpretazioni personali di grime, dancehall e hip-hop (Hakim Storm e la spettralissima Rey), dalle derive harsh e acid berlinesi (Ghott Zillah) alle poliritmie che uniscono il footwork di Chicago ai vari kwaito, singeli e kuduro (la title track e l’ottima Zillelvina), ovvero quei suoni tradizionali di alcuni stati africani che stanno ormai entrando nell’immaginario dance comune. Ma quello che più stupisce, oltre al perfetto affiatamento tra Elvin Brandhi e gli improvvisati colleghi di questo progetto, è come l’artista originaria del Galles abbia saputo immergersi nell’estetica, un po’ sci-fi e un po’ polverosamente autarchica, dell’Hakuna Kulala, quasi a rimarcare la vicinanza della scena elettronica europea più avanguardista alle radici più arcaiche e tribali del ritmo.

Il percorso di Elvin pare dunque ricalcare, con posizioni etiche però diametralmente opposte, quello dei primi esploratori e poi dei militari e degli ufficiali dell’Impero Britannico dell’ottocento: armata solo di registratori ambientali (e campioni e field-recordings sono assolutamente fondamentali in Headroof, con la schizofrenica e oscura Ettiquette Stomp a confermarlo) la musicista ripercorre le tracce del colonialismo, aprendosi a una nuova scoperta (e conseguente ridefinizione sonica) del continente africano con grande curiosità e altrettanta umiltà, a ribadire che l’isolamento è tanto impossibile (cosa non scontata in tempi di Brexit) quanto insensato in questo globo iper-connesso.

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