• Gen
    18
    2019

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UIQ

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Congolese di nascita, la produttrice e DJ Melika Ngombe Kolongo, in arte Nkisi, è cresciuta in Belgio, dove ha avuto modo di innamorarsi di gabba e dintorni. Dopo il suo trasferimento in UK nel 2012 e un’immersione nella club culture più techno-oriented di Londra, nel 2014 ha pubblicato un EP per l’etichetta di Amburgo Doomcore Records, in cui gettava le basi del suo sincretismo hardcore. In un’intervista con Wire del Novembre 2018, chiamata a esprimersi sull’operato dell’etichetta fondata da Low Entropy, ha detto: “Una cosa che mi piaceva di Doomcore Records ai tempi era che Low Entropy era alla ricerca di artisti con un messaggio… A volte ci sono degli aspetti problematici con la musica hardcore. Sessimo, razzismo. È sempre stato un po’ il mio problema con la gabba, arrivavo ad un punto in cui mi chiedevo: ma va bene che ascolti questa musica?” La riflessione di Nkisi riassume lo spirito dietro ai suoi lavori degli ultimi cinque anni, dalla co-fondazione dell’etichetta/collettivo panafricano/della diaspora NON Worldwide con Chino Amobi e Angel-Ho (quest’ultima in arrivo a Marzo con un esilarante nuovo capitolo per la famiglia Hyperdub) alla pubblicazione dell’EP The Dark Orchestra per l’imprint di Warp Arcola, un esperimento di brutalismo techno in chiave postapocalittica. Nkisi, in pieno afflato NON, recupera generi come doomcore e gabba senza sposarne la cultura, ma fagocitandone stilemi ed estremismi in funzione d’ibridazioni risolutamente provocatorie. Nella seconda delle tre compilation di NON uscite lo scorso anno, per esempio, Nkisi faceva una rara comparsa con un brano in cui, tra tempi da voltastomaco, trapananti kick drum e impennate di distorsioni, il debito con la gabba usciva ancora una volta allo scoperto. Il titolo? AFRO PRIMITIV.

L’etichetta di Lee Gamble UIQ (ancora fresca di elogi per l’ultimo di ZULI), ospita 7 Directions, in cui Nkisi prosegue la sua ricerca intertestuale nel mondo dell’hardcore, inaugurando una fase più ‘spirituale’ della sua discografia. Le sette direzioni del titolo sono un riferimento a una delle fonti d’ispirazione primarie del disco, il libro African Cosmology Of The Bantu-Kongo: Tying The Spiritual Knot, Principles of Life & Living del ricercatore Kongo Kimbwandende Kia Bunseki Fu-Kiau, in cui si legge: “Comunicare significa emettere e ricevere onde e radiazioni… per i Bantu una persona vive e si muove in un oceano di onde/radiazioni… essere sensibili a queste onde significa saper reagire negativamente o positivamente a queste onde/forze”. Alle onde sonore del disco, dice Nkisi, l’ascoltatore reagisce oscillando tra uno stato cosciente e uno allucinatorio, un andirivieni facilitato dall’insistita imprevedibilità delle ritmiche. I polirtmi di Nkisi, qui più che in passato, fanno esplicito riferimento alla musica tradizionale del Congo, e in effetti, nell’arco di questi sette, corposi movimenti, i drum loop intessono una techno iper-incalzante, incandescente, e per l’appunto allucinatoria.

L’elemento più accattivante e riuscito del disco è l’incontro/contrasto tra l’aggressività di ritmi e bassi e la presenza di malinconiche, evanescenti micro-melodie synth stagliate in sottofondo: in passato Nkisi ha detto di trovare ispirazione, tra le altre cose, anche nella fantascienza e nelle colonne sonore horror anni 70 e forse qui, più che negli EP precedenti, quella connessione emerge con più chiarezza. Fin dal primo movimento (l’unico in cui compare una robotica, indiscernibile voce femminile), la presenza di queste ampie pennellate synth trasporta la techno di Nkisi in ambito sci-fi. Rappresentando la componente più emotiva ed essenzialmente sadcore del disco, queste linee synth finiscono per imporsi, relegando le mitragliate techno del disco a una sorta di marziale accompagnamento: l’ascolto, nel complesso, si fa sorprendentemente più riflessivo che corporeo. L’effetto è particolarmente strabiliante in II, in cui prendendo il sopravvento sull’implacabile, rumorosa componente ritmica sparatutto del brano, delle penetranti note al sintetizzatore compaiono verso il minuto 3:50, quasi a voler intimare ai raver l’arrivo di un’apocalisse al di fuori del club. L’effetto, oltre che fantascientifico, suona particolarmente retro. Oltre ai soliti Carpenter e Bernstein, vengono in mente ambientazioni sci-fi più minimaliste à la GAS (in V, in particolare). In III, uno dei picchi dell’album, per qualche minuto sembra di sentire la colonna sonora di Ed Tomney per il film capolavoro di Todd Haynes Safe… suonata ad un rave gabba. Accostate alle sonorità hardcore esagitate di Nkisi, queste derive cinematiche producono un forte effetto dissociativo tra l’immersione nel dancefloor e la contemplazione ad occhi aperti di un disastro in divenire.

26 Gennaio 2019
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