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Nel film Nel paese dei coppoloni Vinicio Capossela cammina tra le strade dell’Alta Irpinia con una chitarra a tracolla, gli stivali e un cappello in testa, esule in un immaginario tutto suo in bilico tra spaghetti western e folclore contadino peninsulare, ferrovie e dialetti. Il confine, in questo caso, non ha a che fare con i chilometri percorsi ma con l’immaginazione, e dunque è labile, e puntella le proprie architravi culturali con una dimensione popolare che parla di povertà, emigranti, lavoro, terra: elementi universali che creano un trait d’union concettuale capace di fondere la frontiera americana con l’Italia del sud, non solo dal punto vista tematico, ma anche musicale.
Il nuovo doppio album del musicista, ovvero Canzoni della Cupa, chiude il cerchio aperto con Il paese dei coppoloni (il libro) e Nel paese dei coppoloni (il film) e lavora sulla stessa lunghezza d’onda, ampliando ulteriormente i confini geografici di riferimento. L’orizzonte che nella testa di Capossela sta sotto l’ombrello del termine “folk” e che diventa protagonista nel disco, varia a seconda dell’umore e degli strumenti musicali utilizzati: tra i tanti, la cupa cupa tipica dell’Italia del sud, i suoni de La banda della posta, gli aromi mariachi e balcanici, il violino, il contrabbasso, la lira cretese, la vihuela spagnola, le chitarre tex-mex, il tutto amalgamato da un parco ospiti vastissimo che va dai Calexico a Howe Gelb, da Flaco Jimenez ai Los Lobos, da Giovanna Marini a Victor Herrero, da Los Mariachi Mezcal a Vincenzo Vasi (solo per citarne alcuni), senza dimenticare i co-produttori artistici Alessandro “Asso” Stefana e Taketo Gohara. Un progetto iniziato nel 2003 e concluso soltanto ora, animato da una ricerca etno-musicologica come l’avrebbe condotta Bob Dylan (o magari Alan Lomax) se fosse nato in Campania o in Puglia e capace di trovare una bussola nel canzoniere di Matteo Salvatore. Cantore di Apricena custode di un patrimonio di storie legate al mondo arcaico del latifondo meridionale, Salvatore è parte del terreno su cui nasce rigoglioso quel mondo fatto di storie a metà strada tra mito e realtà che Capossela anche qui è così bravo a costruire, in una sorta di neo-realismo pasoliniano in maschera e trasposto in musica.
La prima parte di Canzoni della cupa, ovvero i sedici brani di Polvere («Polvere è la schiuma della terra, terra seccata dal sole, dal vento, dal tempo. Ma polvere è anche humus, umano, la polvere di chi ci ha originato e a cui torneremo. Polvere sono le radici, effimere, che ci legano alla terra. Queste canzoni sono esposte al secco, al lavorio della polvere, ma sono anche la terra in cui affondano le radici di questi canti»), è esattamente questo: una sorta di omaggio antropologico a quell’immaginario antico (con tanto di adattamenti di contributi ripresi dalla tradizione contadina) e a una cultura popolare che offre cadenze e stili da mescolare con formati stilistici apparentemente lontanissimi (ad esempio i fiati mariachi di Franceschina la calitrana o il mix di Messico e folk autoctono de La padrona mia) ma in realtà vicini, in virtù di quel filo invisibile che unisce molte culture etniche fortemente localizzate. Funzione documentaristica che nelle mani di Capossela diventa personificazione di un mondo legato al lavoro umile (Femmine), alla povertà (Il lamento dei mendicanti) e in generale a una tradizione contadina che è fisicità, usanza popolare, storia in rima. Nella seconda parte del disco, ovvero i dodici brani di Ombra («Ombra è la fronda generata dalle radici, l’intreccio dei rami che quella polvere ha prodotto. Ed è anche l’ombra il lato delle creature che non si chiariscono allo sguardo, il lato dei presagi, degli uccelli che volano la notte, il lato del racconto che desta meraviglia e inquietudine. E ombra è anche quella che lasciamo sulla terra andandocene»), sono invece il mito, la superstizione, la ritualità ad emergere, assieme al Capossela più cantautore, e forse anche più interessante. Quello del blues oscuro di Scorza di mulo, del Nick Cave rurale di La bestia nel grano, del Tom Waits de Il Pumminale, del Morricone di Componidori, del Matt Elliott de Il bene mio, ma anche della scapicollante tarantella di Lo sposalizio di Maloservizio o delle mezze luci al pianoforte di Il lutto della sposa. Un mondo fatto di mille sfumature sonore che gioca con la malinconia e la notte, con l’ombra (appunto) e con quella magia antica e terrena che solo la fantasia contadina può custodire.
Canzoni della cupa è un’opera doppia, che tuttavia poggia su un’unica intuizione: reinterpretare il folclore grazie a un’osservazione partecipata nobile, sporca di fango e gonfia di vino, storicamente accurata ma anche libera di spaziare. Se Fabrizio De André, in Crêuza de mä, era l’intellettuale che nobilitava la cultura locale glocalizzandola verso la world music, il Capossela di questo disco è Robert Johnson al crocicchio tra Ofanto e Alta Irpinia, hobo stanziato in qualche vagone culturale abbandonato sui binari morti di un Paese che non riconosce più se stesso. Il disco non è sempre facile da decrittare – e nella prima parte, talvolta, pecca un po’ di autoreferenzialità – ma ha il pregio di prendere gli elementi più affascinanti di una cultura considerata dai più “bassa” e di regalar loro una ribalta musicale ricchissima, appassionata e illustre.
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