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Con un trittico di pubblicazioni che dall’audio si è naturalmente esteso al multimediale, i Visible Cloaks si sono posizionati quest’anno in un interessante punto all’interno del continuum estetico concettuale tracciato da seminali lavori quali Far Side Virtual di James Ferraro e Replica di Oneohtrix Point Never. E proprio come accadde per quelle prove discografiche, l’opera del duo ha attirato a sé plausi, interesse e inevitabili critiche. A seconda di come la si guardi, la loro è ambient music, new age o nuova fourth world music, un contesto sonico che vuoi per circoscrizione degli elementi che lo compongono, tecniche digitali e elettroacustiche, metodo e metodologia, si pone non solo come prosecuzione di certe correnti nipponiche – Ryuichi Sakamoto, Koharu Kisaragi, Takashi Kokubo, Haruomi Hosono – ma anche come qualcosa che è in grado di parlarci del presente e non degli 80s, seppure questo nuovo scavo in profondità all’estremità opposta dell’Occidente porti alla fin fine al succo di sempre delle dottrine d’Oriente. Tradotto in termini operativi: l’album Reassemblage, che va tradotto sia come nuova raccolta (il disco arriva dopo un’omonima opera del 2015), sia come “nuovo montaggio”, rappresenta una originale incursione nelle musiche di area Asiatisch da una prospettiva che per una volta si mostra estranea all’“orientalismo”, lontana da indulgenze kitsch e al riparo dai sarcasmi e dall’estetica visiva e musicale che comunemente associamo alla (ormai defunta) vaporwave. A rimanere c’è senz’altro l’interesse per tutte quelle musiche che, all’interno del decennio in cui Zappa scopriva il synclavier, rappresentavano una fulgida idea di modernità e futuro; di differente c’è che queste composizioni non contengono né facili citazionismi, né ripropongono l’abusato sound analogico. Quello dei Visible Cloaks, anzi, è un mondo totalmente virtuale, un esperimento condotto a carte scoperte che parte da un prodromo noto (la trasfigurazione del synth come dell’ambient pop dei sopracitati Sakamoto e co.) per andare parecchio sotto la coltre ritualistico/sintetica di quei suoni, magari da un’angolazione che vede nel lavoro di Haruomi Hosono un privilegiato predecessore.

Al Loop di Berlino la coppia ha condotto un workshop patrocinato da Ableton in cui ha svelato alcuni segreti dietro ai propri origami sonori e arpeggiatori celesti, dandoci la possibilità di comprendere meglio lo scarto operato rispetto ai trasparenti riferimenti musicali messi sul piatto, in particolare – e non lo abbiamo detto prima – due influenti compilation curate dal solo Doran e licenziate su Root Strata che si sono dimostrate seminali persino per Oneohtrix Point Never. Tra gli argomenti del corso, anche il tema della musica aleatoria, che introduce di fatto a come (e al quanto) il caso (o l’autonoma improvvisazione degli esecutori, vedi il flauto di Motion Graphics in Terrazzo) determini l’evoluzione delle loro composizioni. Il rewind è naturalmente agli anni ’50 e a Cage (anche se gli esempi fatti dal duo rimandano molto più indietro nella storia), ma il punto nodale è l’aggancio con le musiche generative di un Brian Eno, al Neroli e alla musica intesa come essenza, all’autore inteso come non-musicista, curatore che seleziona varianti di musiche che hanno preso vita algoritmicamente a partire da alcuni parametri preimpostati, un processo che Ableton e plugin dedicati hanno reso molto più semplice e veloce da implementare, ma anche più preciso e viceversa complesso.

In sostanza la danza mercuriale dei Visible Cloaks, metodologicamente parlando, non è niente di nuovo: si traduce in un gioco di specchi in cui è la stessa coppia a fruire della propria musica, un giocare tra vicino e lontano, familiare e alieno, un floating on air di strumenti d’aria e digitali che la coppia ha circoscritto e selezionato all’interno di un ambiente sonico ultra sterile, proprio come quelli di James Ferraro. Ferraro torna utile in questa sede anche per i suoi ultimi lavori: se le sue sono Human Story nell’era di internet e dei bitcoin, quella dei Visible Cloaks sono storie fourth world, l’immersione nell’altro da sé dalla porta d’Oriente, un mondo che finisce per esistere autonomamente e non ha bisogno d’altro che di se stesso per esistere, scelto tra una serie di possibili altrimenti presi in esame. Il postulato è che il reassemblage è fruibile dai suoi stessi creatori come qualcosa di sostanzialmente autonomo e pertanto (alla stregua dell’idea che stava alla base dell’omonimo documentario di Trinh T. Minh del 1982) non potrà (né ha mai avuto) la pretesa di svelare e comprendere la cultura che lo ha prodotto, anzi, più radicalmente, la cultura che lo ha prodotto diventa ininfluente. Forse è per questo che le figure melodico/ritmiche di questa danza celeste non sono persone o sagome umane, bensì qualcosa che ha più l’aspetto di aleatorie meduse il cui il corpo è composto al 98% di aria anziché di acqua.

Fuor di concetto, questa musica prodotta largamente con Ableton è fatta in semplicità e spesso in sottrazione campionando, processando e combinando il suono di strumenti tipici nei gamelan (come xilofoni e flauti di bamboo) oltre a duduk e ad altra strumentazione orientaleggiante. Ci sono punti di contatto con le etniche di un Philip Glass o con la musica per 18 musicisti di Steve Reich ma non sono composizioni minimaliste, né semplicemente la furba riproposizione del vecchio, piuttosto qualcosa di autonomo e artisticamente maturo. È musica seria ma non seriosa e magniloquente come quella prodotta da 2814 e dalle correnti post-vaporwave degli ultimi anni. Il calco umano, come un tocco d’infantile memorabilia, contribuisce a bilanciare un nitore altrimenti eccessivo (Neume con Matt Carlson), mentre a livello visivo, vedi l’opera a/v Permutate Lex realizzata con Brenna Murphy, questo aspetto si sfoga in tutta la sua psichedelica potenza, sposandosi perfettamente con oggetti tridimensionali e labirintici ottenuti dal glitch prodotto da scie coloratissime pennellate al Photoshop e complesse prospettive fatte di CGI dalle molteplici superfici e texture. Quel lavoro in particolare, pubblicato lo scorso ottobre, è servito da premessa al mini album uscito a dicembre, Lex, uno studio apparentemente ruotante attorno a un futuristico esperanto, un’opera più frammentata e variegata rispetto alle atmosfere sognanti dell’album lungo, che vede i due alle prese con il lessico, il Lex  (un vecchio software open source che sta alla base dell’analisi lessicale) e i software di traduzione linguistica. Nelle composizioni del mini, sillabe, parole e frasi pronunciate in varie lingue si intersecano, perdono e dividono tra le pennellate sintetiche, in bucolici neo feudalesimi nippo minimalisti (Wheel), dalle parti del gamelan (Keys) e del piano preparato (Lex), passando per dell’estatico Teatro Nō (Transient), il tutto assecondando un affascinante flusso non più tanto onirico quanto surrealista, dalle parti del Wounded Soft Watch di un Dalì per capirci.

Del resto anche in Reassemblage, in cui l’approccio era più onirico e vicino alle musica da camera (Inprint), il discorso attorno alla voce era stato affrontato, ma differentemente. Nel brano Valve – quello con lo spoken word di Miyako Koda dei Dip In The Pool – il collegamento, oltre che con i video ASMR su Youtube, è con “le sculture di parole” esplorate da Holly Herndon e Spencer Logo con la differenza che Doran e Carlile esplorano un mondo pre- o post-internet, magari dalla timeline di un Blade Runner 2049 (dove internet non è mai stato inventato). Ed ecco che assieme al discorso lessicale e sul linguaggio ritorna il tema dell’inconoscibilità di cui sopra: Lex è un tassello di un puzzle tridimensionale di cui non è dato (né interessa) conoscere le ragioni né il significato. In soldoni, il vuoto è il pieno godimento estatico/estatico, musiche pensate come unguenti balsamici il cui output visivo è spesso accompagnato da un’inafferrabile iperrealismo. Un’idea di now age in cui siamo un po’ tutti curatori e fruitori e all’interno della quale non esiste né oriente, né occidente, ma un qui e ora continuo in cui possiamo decidere infinite varianti di tutto ciò che abbiamo (o ci hanno…) pre-impostato.

La metafora dei “Fairlight (CMI), delle mazzuole e di flauti di bamboo” si traduce in un discorso sul vuoto/pieno tutto Zen, immersivo quanto quello esplorato da Fennesz nelle sue fata morgane. Lì si trasfiguravano i mercoledì da Leoni e i Beach Boys, qui il pop della YMO e l’ambient di Hosono: il risultato in entrambi i casi lascia un segno profondo nell’ascoltatore e probabilmente anche nel nostro tempo.

15 Dicembre 2017
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