Recensioni

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Quello irlandese è un popolo intriso di cultura musicale e l’adagio vuole che tutti suonino e cantino perché è scritto nel DNA degli abitanti di quell’isola: non ne possono fare a meno. La premessa è d’obbligo per introdurre il quarto album di una figlia d’Irlanda e del suo folk come Wallis Bird. Nonostante i consensi ottenuti all’estero con il precedente album omonimo (che non ci ha convito allora e continua a non convincerci oggi) e le più che incoraggianti vendite anche in patria, Wallis Bird non ha fatto scattare la scintilla d’amore tra la sua musica e gli irlandesi, che la guardano con rispetto ma anche con una certa gentile freddezza. Freddezza che non crediamo questo quarto disco – scritto dopo l’accasamento a Berlino (lontano, quindi, dalle verdi colline irlandesi: sarà un caso?) e dopo il più classico dei periodi di difficoltà personale – potrà aiutare a sciogliere.

La vita non è certo stata semplice per la Bird, che ha cominciato da piccolissima a suonare la chitarra, ma che un incidente con un tosaerba quando aveva 11 anni ha lasciato con la mano sinistra profondamente compromessa in quanto a mobilità. Lei, mancina, non si è data per vinta e ha sviluppato una peculiare tecnica chitarristica per cui suona da mancina con le corde montate per una destra. Fatto interessante, ma che nell’arco delle canzoni arrabbiate che la piccola irlandese compone, non influenza minimamente, nel bene e nel male, il risultato finale. Detto che il techno pop 80s di Gloria non meritava la luce della pubblicazione, anche l’electro/disco dell’iniziale Hardly Hardly (già singolo che anticipava il disco) e I Can Be Your Man, giocata su suoni quasi hip hop, sono corpi avulsi rispetto alle radici folk della Bird: non crediamo che i fan apprezzeranno. Ma non saranno nemmeno brani sufficienti ad aumentarne il numero.

Il resto è melina, tra l’incazzato à la Ani DiFranco, l’indie folk rock che piace anche al mainstream (zona Florence and the Machine) e l’intimismo voce e chitarra. Di questi brani, nessuno spicca per qualità compositiva, nonostante – come suo costume – il folletto irlandese non risparmi l’energia e l’impegno. Semplicemente, se è vero che tutti gli irlandesi suonano e cantano, è vero anche che non tutti diventano grandi artisti.

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