Recensioni

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Seguire da vicino la scena garage rock californiana è ormai un’impresa titanica: sono troppi gli album pubblicati ogni manciata di mesi (vero Ty Segall? Vero Thee Oh Sees? Vero White Fence?), troppi i progetti paralleli (gli ottimi Fuzz ad esempio), troppe le uscite in solitaria (Mikal Cronin è atteso alla grande conferma) e troppo stretti sono ormai diventati gli abiti (i Fresh and Onlys, ad esempio, da un paio di dischi sono musicalmente altrove) di un genere che sulle spiagge assolate ha subito mutazioni principalmente acido/lisergiche.

Ciò nonostante è giusto non perdere per strada i losangelini WAND, da non confondere con il Wand dietro al quale si nascondeva Derek Janzen, oggi costretto a cambiare moniker in Island Eyes, data la confusione che si è creata parallelamente all’ascesa della band guidata da Cory Thomas Hanson (manco a dirlo, pure lui un prezzemolino, attivo pure in modalità psy-electropop a nome W-H-I-T-E). Ai WAND è bastato pochissimo per entrare nel giro giusto: prima pubblicano uno split con Mikal Cronin (Soul in Motion / Screaming Eye, uscito ad aprile dello scorso anno) e poi realizzano il disco d’esordio – Ganglion Reef, agosto 2014 – sotto la supervisione di mister Ty Segall. In realtà il terreno su cui si muovono i californiani è – in buona parte – un altro.

A dimostrarlo piuttosto chiaramente è il secondo lavoro, intitolato Golem, album composto da nove tracce in cui l’elemento che emerge maggiormente è una fluttuante psichedelia che colora e – contemporaneamente – demolisce ogni qualsivoglia velleità garage-pop. A un primo impatto le tracce che destano maggiore interesse sono probabilmente quelle in cui la base psych-garage – già di suo piuttosto poderosa – viene portata all’estremo da contaminazioni che con un briciolo d’azzardo potremmo accostare ad alcune varianti del doom/stoner/sludge metal. Parliamo in particolare di Planet Golem (solenne e acida come poche altre cose, immaginatevi una collaborazione tra YOB e Naomi Punk) e dell’opener The Unexplored Map, due brani in cui la linea melodica si aggrappa letteralmente alle note dei riff, ribassati e assolutamente granitici.

Floating Heads, uno degli episodi più vicini ai crismi garage, suona come una versione condensata e abrasiva dei Tame Impala (come del resto Repeater Invert), mentre altrove aleggia qualche richiamo sixties all’altezza dell’ultimo dei Hookworms. La canzone che però sintetizza al meglio, in poco più di tre minuti, tutto lo spettro sonoro presente in Golem è Self Hypnosis in 3 Days: qui non trovano spazio solo le menti leggere in alterato stato di relax e le robuste e possenti distorsioni di chitarra, ma anche un approccio che, in poche battute, si sposta con disinvoltura dal glam allo space-rock.

A stemperare un po’ la tensione pensa la psy-ballad semiascustica Melted Rope, forte di un vocabolario sonoro non troppo distante dai Flaming Lips meno casinisti. Lontana dalle bordate anche la conclusiva The Drift, in cui la psichedelia assume una funzione ambientale, rendendo celestiali gli ultimi cinque minuti di un disco massiccio e completo, risultato di appena dodici giorni di registrazioni (mixaggio a cura di Chris Woodhouse compreso).

I WAND saranno all’Hana-Bi di Ravenna il 5 giugno prossimo, all’interno del Beaches Brew festival, in compagnia, tra gli altri, di Thee Oh Shees e Mikal Cronin.

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