• Set
    22
    2017

Album

Drag City

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Avete mai sentito parlare di Cory Hanson? No, dico, questo nome almeno vi suggerisce qualcosa? Se la risposta è negativa (e credo che lo sia per molti, qui), è doveroso anzitutto collocarlo nel folto microcosmo fatto di bizzarri personaggi e collaboratori assidui che da anni gravitano attorno alla figura demiurgica di Ty Segall. Il genietto di San Francisco, infatti, oltre ad essere uno dei maggiori esponenti di una certa etica DIY all’interno della scena californiana post-Reatard, si è pure mostrato (in uno dei suoi molteplici volti) come encomiabile scopritore di talenti, di nuove leve provenienti dalla scena autoctona che muovono il loro piccolo mulinello e s’imbarcano, come il Vate vuole, in mille progetti e collaborazioni: è così che Hanson – giovane cantautore dalla voce cristallina e dotato di notevoli doti strumentali – ha seguito la crociata di padre Ty, coadiuvandolo in quella che forse, ad oggi, è la sua opera più complessa, coraggiosa, completa, Emotional Mugger, uscito lo scorso anno.

Hanson ha però un universo proprio in cui esprimersi compiutamente, in cui sfogare la sua frenesia quasi infantile; non è solo il-tipo-ben-vestito-che-pare-uscito-dai-Roxy-Music-e-suona-chitarra-e-tastiere-nei-Muggers (la backing band di Segall, o almeno, una delle tante), ma è pure il deus-ex machina e il principale compositore di un progetto che risponde al nome di Wand – un calderone che ribolle costantemente negli aromi del lo-fi e nei miasmi di kraut, psichedelia, folk, hard&heavy e una tradizione di rock americano che affonda le proprie radici nei tardi-Sessanta. Hanson ha il suo playground personale, il suo cortile in cui sfogarsi con numerosi amichetti, un’orchestrina buffa che si perde nelle trame circolari e nelle visioni lisergiche di carrolliana memoria, senza pause, con uno spirito quasi intonso, innocente; i Wand, sin dalla loro fondazione nel 2013, hanno attirato l’attenzione di un baluardo della musica indipendente in US, In the Red, pubblicando nei primi due anni di attività ben tre album, ognuno volto a mostrare le svariate sfaccettature che questa creaturina bizzarra assume: l’esordio dalle tinte spacey Ganglion Reef nel 2014, seguito a ruota da Golem, che oscillava in un desertico territorio surf-doom, e dall’ottimo 1000 Days, dall’attitudine più pastorale, con arrangiamenti curati e spirali ascendenti a rievocare i mantra chitarristici di Jerry Garcia.

L’attitudine giocosa, l’estemporaneità e il vasto armamentario pop di ascolti pregressi e conoscenze musicali di Hanson si sposano bene con l’etica e con l’estetica di Segall, motivo per cui la produzione dei Wand è condivisa ed apprezzata dal biondino di Frisco. Dopo aver girato il mondo con i Muggers, quindi, Hanson approda alla Drag City – in un certo senso trovandosi di nuovo sotto lo stesso tetto di Ty e soci – e torna in studio per mettere su nastro la sua “pop-opera”, un album che allo stesso tempo riassuma e neghi tutto quanto fatto in precedenza, un malizioso mostriciattolo che corteggi tanto l’aspetto melodico e una scrittura più “quadrata” e rispettosa della forma canzone quanto le contraddizioni e le divagazioni jammistiche e stralunate di Hanson e compagni. Il Nostro brandisce ed agita la sua bacchetta magica al vento, creando Plum, un’innocente nuvoletta blu che, partendo dall’infantile (quando vagamente sinistra) filastrocca pianistica della title track, si gonfia, si allarga, si ingrossa e ingloba tutti gli elementi eterogenei di cui sopra: il rock ‘n roll di Bee Karma (che ricorda un autoscontro tra gli Stone Temple Pilots e i Flaming Lips), le prog-ressioni e gli intrecci minuziosi di White Cat, che esplode in un maelstrom (ed è forse la migliore del lotto), la docile psichedelia melodica di Charles de Gaulle, dove è sempre la chitarra a farla da padrone, e ovviamente l’esperienza folk (già sperimentata da Hanson nell’esordio solistico di un anno fa, The Unborn Capitalist from Limbo) che si materializza nella quiete di The Trap (a dispetto del titolo insidioso), nonché nei numerosi passaggi e intermezzi che caratterizzano l’album, scandendone il ritmo (mai realmente spezzettato) e portando la nuvoletta di Plum ad esplodere nel finale ad effetto con carpiato (ed interamente strumentale) di Blue Cloud – un’anticamera colorata e piena di gingilli – per poi implodere nella coda distesa di Driving, che ci trasporta sulle morbide curvature delle Californian Hills al tramonto.

Plum è, con tutti i suoi saliscendi (prolissi solo a tratti, ma mai veramente noiosi), l’opera più camaleontica e realmente completa dei Wand, ed allo stesso tempo la più essenziale e semplice, con la produzione leggermente più scarna e cruda, rispetto al passato (il disco è stato registrato quasi interamente in presa diretta, e con pochissimo overdubbing sulle tracce); non compie i balzi e le esplorazioni cosmiche dei primi due, non ha la grana grossa della space-rock opera e forse nemmeno i tribalismi, il retrogusto esotico e le macumbe sonore di 1000 Days, ma anzi, rimane con i piedi ben saldi al terreno e si mostra come l’opera più legata alla tradizione del rock americano ed europeo, tanto debitore verso i Grateful DeadCrosby Stills e Nash quanto nei confronti delle pose glam dei T. Rex e delle spirali dei Television – e forse anche la più umana.

Plum è, in sostanza, la stregoneria più efficace del maghetto Hanson.

6 Ottobre 2017
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