Recensioni

5.8

Per una volta possiamo prenderci il rischio di partire, anziché dal paziente, dalla diagnosi. Immaginandosi per un attimo con indosso un camice bianco non sarebbe poi difficile giungere – dopo aver seguito da vicino ogni singolo passo della sua carriera – alla conclusione che Nathan Williams sia affetto dalla famigerata sindrome di Peter Pan. I sintomi ci sono tutti, basta farsi un giro sul profilo Instagram della sua band, i Wavves. È vero, l’abito non fa il monaco, ma le immagini postate senza alcun tipo di auto-censura e pudore sul social sono un viaggio nel mondo “demenziale” e bambinesco del ventinovenne di San Diego (California). La domanda che sorge spontanea, quindi, è: Nathan Williams ha intenzione di “evadere” – vale per la musica, così come da un punto di vista prettamente umano – dalle mura della propria cameretta post(ma nemmeno così tanto)-adolescenziale e affacciarsi verso il mondo degli adulti? L’ultima sortita discografica al fianco dell’amico-collega Dylan Baldi (Cloud Nothings) aveva aperto in tale direzione. No life for me suonava infatti come un disco piuttosto maturo, in cui il cazzeggio era presente, sì, però lasciava intendere di essere “finalmente” disposto a farsi da parte per riservare il centro della scena alla maturità compositiva. Al termine dell’ascolto, difatti, si usciva dalla coltre di cupezza e paranoia che avvolgeva le nove tracce con la convinzione che Nathan, forse più per merito di Baldi che suo, avesse finalmente raggiunto la tanto sospirata maturità.

E invece in V, quinto capitolo discografico targato Wavves, la sensazione che prevale su tutte è quella dell’immobilismo. La band californiana, se è vero che non perde colpi rispetto agli ultimi King of the Beach e Afraid of Heights, allo stesso tempo non dà la sensazione di muoversi e aprirsi verso altri orizzonti. Pare, piuttosto, che il solito Nathan e la sua “fusa” combriccola composta da Stevie Pope, Alex Gates e Brian Hill siano entrati in un vorticoso tunnel che non porta da nessuna parte, a meno che non si provveda a sfamare l’immaginazione con un vario menu di sostanze psicoattive.

Entrando nel merito, in V ritroviamo tutto quello a cui i Wavves ci hanno abituato, ovvero ritornelli e sing-along appiccicosi cosparsi da basi punk-pop più o meno caustiche (Heavy Metal Detox, Pony, All the Same) e inni alla solitudine che lentamente traghettano l’ascoltatore verso una deriva paranoica (Way Too Much, My Head Hurts e Flamezesz) e su cui Nathan and co. potrebbero cominciare a stampare il proprio marchio di fabbrica. Ma non basta. Nel complesso, pare di assistere a un film già visto, e anche se questo può risultare pur sempre piacevole (anche V offre momenti pungenti), il rischio di sfiorare la noia si fa sempre più probabile. Ecco perché ci sentiamo di consigliare a Nathan di aprire le finestre del suo claustrofobico mondo. Una ventata d’aria fresca non potrà che giovare sia a lui che alla sua musica.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette