Cloud Nothings (US)

Biografia

Gli americani Cloud Nothings (insieme a No Age e Japandroids) sono tra i rappresentanti più significativi del noise rock melodico e – più in generale – della guitar-music suonata con passione e sudore degli anni ’10. Probabilmente i più abili nel saper traghettare le abrasioni emo/punk verso territori più affini al pubblico indie, inglobando ricordi 90s (Cap’n Jazz, The Van Pelt ma anche il grunge meno patinato), attitudini slacker e lampi di gusto pop. Il tutto è tenuto in piedi principalmente dall’approccio vocale/chitarristico sguaiato e liberatorio del leader Dylan Baldi e dal drumming iper-dinamico e sconsideratamente energico di Jayson Gerycz, vero e proprio macchina da guerra dietro alle pelli.

La storia della band di Cleveland guidata da un Dylan Baldi all’epoca neanche diciassettenne inizia nel 2009 su Bridgetown Records: l’EP/mini album Turning On (ristampato l’anno successivo su CarparkWichita) è un piccolo gioiellino grezzo di pop-punk scanzonato alla maniera dei primissimi Replacements con un tocco di emo e una forte componente lo-fi. E sulla falsariga sono pure i singoli usciti nel 2010 Didn’t You su Old Flame Records, Hey Cool Kid su Wichita e Leave You Forever per True Panther Sounds, trampolini di lancio per la carriera del frontman che decide contestualmente di abbandonare gli studi per dedicarsi a tempo pieno alla musica.

Nel 2011 l’album Cloud Nothings, marchiato Carpark Records, aggiorna la lezione dei Buzzcocks all’era di Facebook ma è solo con il successivo Attack On Memory che Baldi e compagni fanno breccia in modo dirompente tra gli addetti ai lavori e tra gli indie kidz. Mister Steve Albini alla produzione catalizza e forgia un suono tagliente senza compromessi che si sprigiona lungo una tracklist piena zeppa di anthem: Stay Useless (perfetto incrocio tra i Dinosaur Jr., e dei Superchunk modernizzati), Wasted Days, Fall In e la catartica No Future/No Past.

Due anni più tardi, con la formazione ridotta a power trio per l’abbandono del secondo chitarrista Joe Boyer, esce Here and Nowhere Else per certi versi un disco gemello del predecessore, forse leggermente meno ispirato ma ancora più diretto ed emotivamente urgente: gli inni, questa volta, si chiamano Psychic TraumaQuieter Today (con il chorusad altezza Hüsker Dü) e, soprattutto, I’m Not Part of Me, probabilmente il loro brano simbolo.

Per sublimare l’ottimo momento, nel 2015 gli americani aprono una – non imprescindibile – parentesi che unisce lo scanzonato e strafumato Nathan Williams (alias Wavves, alias Sweet Valley) alle angosce di Dylan Baldi (alias Cloud Nothings). Il progetto prende il nome di Wavves x Cloud Nothings e il disco (No Life For Me) non lascia particolari tracce. Non lascia particolari tracce neppure Life Without Sound, album più attento alla melodia ma privo della verve dei dischi precedenti. Life Without Sound e l’altrettanto deludente Near to the Wild Heart of Life dei Japandroids, pubblicati lo stesso giorno (27 Gennaio 2017) chiudono il cerchio mettendo probabilmente la parola fine all’indie rock degli anni Dieci (e ci mettiamo in mezzo il mito di Williamsburg, l’era del fuzz-pop, le band Captured Tracks ecc…) all’interno di un music business post-hipster ormai ammaliato da altro (trap, hip hop e r&b in primis).

Pur rappresentando un ritorno ai vecchi fasti (sia a livello di suono, sia a livello di attitudine), Last Building Burning del 2018 non è stato in grado di riportare la band agli apici qualitativi di Attack on Memory e Here and Nowhere Else. L’album ha permesso, però, di rilanciare un’attività live sempre intensa e degna di nota.

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