Recensioni

Se dovessi definire il sound dei Wavves, userei il termine di “pizza punk”: lungi da me l’abusare di etichette, tantomeno la volontà di ridicolizzare una delle band che nell’ultimo lustro ha meglio interpretato il punk californiano nelle sue forme più pure (e in quelle spurie che volgessero lo sguardo all’altare votivo del power pop); dico soltanto che il sound della band di San Diego non può che essere una fedele polaroid del luogo che ha dato i natali alla creatura di Nathan Williams, frontman, chitarrista e principale compositore alla corte di questi skaters con le ginocchia sbucciate e il mito dell’eterna giovinezza in tasca. Quando ci si sottopone all’ascolto (molto spesso breve e pungente) di un qualsiasi album dei Wavves, la mente corre indietro a degli edulcorati anni ’90 che profumano di jogging sul litorale californiano, e ad un’immaginifica jam session tra i Dinosaur Jr. e le Tartarughe Ninja – quest’assurda, a tratti ridicola visione legittima il mio stato di infermità mentale, ok, ma anche le Tartarughe Ninja a un certo punto imbracciavano gli strumenti (sebbene fossero dotate di sole tre dita per mano, mistero della fede) e facevano un baccano senza alcun senso e/o scopo, se non quello di turbare il sonno del serafico, vecchio e saggio maestro Splinter.
I Wavves sono più o meno così: un excursus discografico di tutto rispetto, che ha messo sul piatto un sound ben definito e legato ai canoni del DIY e delle registrazioni a bassa fedeltà, spesso e volentieri atte dimostrare chi facesse più rumore da quelle parti, e con il mito della pizza, della cultura skate e il santino di Milo dei Descendents attaccato in cameretta accanto a quello di Stacy Peralta; una prolificità nemmeno troppo ingombrante, bulimica o esageratamente fastidiosa, che però ha lasciato, disco dopo disco, il retrogusto di un qualcosa che via via stava perdendo l’entusiasmo degli esordi, mostrandoci i Wavves per quello che realmente erano, ovverosia una sorta di one trick pony legato a doppio nodo al rito della coglionaggine più totale che diventa mero revivalismo e atto di fede, più che di convinzione, una volta che i diciotto sono passati e si entra nella fase in cui si cresce e la bolletta da pagare ha un peso specifico maggiore dei backflip fatti al parchetto sotto casa.
Così, a due anni di distanza da V e dall’ottimo split coi Cloud Nothings, Nathan Williams torna in studio con la sua ghenga di smandrappati, ma con un’attitudine apparentemente differente, e dà alle stampe questo You’re Welcome: la “nuova” veste dei Wavves pretende di voler citare in un colpo solo il surf rock sessantiano e ripescare a piene mani inni adolescenziali alla Weezer, aggiungendo un suono sempre più levigato e laccato, con batterie pompate e pompose, qualche tastierina girovaga ed altri loop ciondolanti, suonini e cianfrusaglie sonore varie da videogioco – questi sono i rimasugli, gli strascichi di quel bad trip elettronico chiamato Sweet Valley (nemmeno troppo bad in realtà), in cui Nathan Williams si diverte, assieme al fratellino Joel, a produrre computer music da cameretta che saccheggia e cita in lungo e in largo il macrocosmo di suoni a 8bit dei videogiochi anni Ottanta e Novanta. Ovviamente tutto questo, nello skate park sgangherato dei Wavves trova poco spazio, c’entra ben poco, ed è comunque soltanto una parte di un processo di “canonizzazione” che rende il progetto via via più scarno e scevro di punti d’interesse: i tempi di King of the Beach o Life Sux paiono lontani anni luce, quella tempra e quella genuina, simpatica sciatteria e voglia di baccano muore coi sogni di gloria di un ragazzino troppo cresciuto che cerca di assemblare canzoni d’amore semi-credibili con sputo e colla Attak.
Purtroppo You’re Welcome non dà nemmeno l’impressione di provarci, a fare il serio, nella sua mezzora scarsa di durata, ed è un disco che nulla aggiunge e nulla toglie alla già approssimativa narrazione della band californiana; il disco è piuttosto svogliato nel perseguire il suo ipotetico obiettivo, e un missaggio fastidioso e confusionario di certo non aiuta, dandoci l’idea che i dodici brani siano stati gettati in una centrifuga e poi lasciati a macerare sotto il sole rovente di San Diego. Il punto è che You’re Welcome non suona neanche poi così tremendamente brutto, ma piuttosto appare sciapo, incolore, monodimensionale – e forse, questo, è il difetto peggiore di tutti.
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